Nel nostro Paese, le cronache sempre più ricorrenti relative a disastri e calamità naturali stanno, pian piano, mutando il modo di percepire della popolazione che, a fronte di danni ingenti e di un numero di vittime ancora oggi drammaticamente elevato, avverte, con maggiore partecipazione, la necessità che si realizzi una reale protezione da parte degli organismi istituzionali preposti. In realtà, anche a giudicare dalle rilevazioni demoscopiche condotte da importanti istituti statistici nazionali, tale incremento di attenzione e di empatica solidarietà, raggiunge il suo picco in coincidenza delle fasi più drammatiche del disastro, mantiene un andamento stabile nei momenti immediatamente successivi, alimentato anche dalla massiccia attività giornalistica svolta dai media, e scema, fino ad esaurirsi quasi del tutto, nel momento in cui si spengono i riflettori della cronaca nazionale. 
Dunque, quando si parla di disastri è facile comprendere come ad entrare in gioco, non siano soltanto gli organismi e le strutture operative nazionali coinvolte nelle fasi di soccorso ed assistenza, ma, parallelamente ad esse, prendono forma realtà ed organi il cui ruolo finisce per assumere un peso ed una visibilità di gran lunga superiore agli stessi soccorritori.
I Media, ad esempio, sin dalle prime manifestazioni dell’evento, predispongono dirette televisive inviando cronisti a seguito dei mezzi di soccorso. Condividono con essi tutta la drammaticità dei primi ritrovamenti di corpi esanimi faticosamente estratti dalle macerie, in caso di terremoti, o sepolti da strati interminabili di fango e sassi qualora si tratti di eventi franosi o alluvionali.
Dopo un ragionevole lasso di tempo, le telecamere sono già lì, nel pieno teatro emergenziale, a raccontare la storia di un soccorso reso difficile da chissà quale complicazione o di un salvataggio estremo condotto con maestria ed eroica abnegazione da operatori e volontari.
L’opinione pubblica, di colpo, viene completamente catapultata tra i luoghi della tragedia, entrando in contatto con una dimensione del dolore fatta di volti straziati, di racconti soffocati da una commozione irrefrenabile che straripa in lacrime di disperazione e che atterrisce anche se in modo felpato ed attutito da quella sorta di filtro virtuale rappresentato dal mezzo televisivo.
Le macerie divengono lo scenario più naturale per dare voce ai superstiti, agli sfollati, ma soprattutto a coloro che sono stati falciati da drammi familiari impronunciabili, sui quali, come se non bastasse, si accanisce una cronaca minuziosa, capillare, oppressiva. Capace di aprire uno squarcio, del tutto arbitrario e senza limiti, attraverso il quale poter irrompere, comodamente dalle proprie case, nell’intimo di quelle vite devastate dal dolore.
Il dato emozionale sarà, quindi, offerto all’opinione pubblica nazionale e mondiale come un ambito sul quale scovare ed approfondire anche i sentimenti più nascosti e riservati, il tutto giustificato dalla calamità, dall’evento eccezionale capace di valicare qualsiasi limite e di creare, sia pur momentaneamente, una comunità che, con preoccupazione e patos, si stringe intorno alle vittime ed ai loro familiari. È così che gli organi giornalistici si impossessano degli eventi: ricostruiscono storie, aprono microfoni su voci fino ad un attimo prima della disgrazia completamente ignorate, organizzano catene di solidarietà; in buona sostanza assumono, anch’essi, un vero e proprio ruolo operativo che, se da un lato ha l’effetto di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul disastro, dall’altro ingenera un meccanismo mediatico che, inevitabilmente ed in modo più o meno brusco, sarà destinato ad esaurirsi nel momento in cui la cronaca, e le dinamiche che ne governano l’informazione, volteranno pagina su nuovi e più attuali accadimenti.
Ma dalle immagini in bianco e nero dei terremoti del passato, sino alle dirette “breaking news” condotte con martellante dovizia, qualcosa è cambiato nel modo di percepire della popolazione italiana. Un tempo, l’elemento televisivo costituiva per lo più un mezzo, un ponte tra i luoghi della calamità, le popolazioni sinistrate ed il resto di coloro che da altre parti d’Italia seguivano il corso degli eventi. Non tanto per quella sorta di morboso richiamo indotto dalla drammaticità del disastro, ma semplicemente per un senso di sentita, reale, commossa partecipazione, incentrata sul bisogno di condividere, di capire e di non lasciar soli, anche solo col pensiero, quei connazionali colpiti da un evento tanto infausto e distruttivo. Probabilmente, nei terremoti del Belice del 68’, del Friuli del 76’ o dell’Irpinia dell’80’, anche a giudicare dalle tecniche rudimentali dei documenti televisivi realizzati ed il fatto che si fosse ancora ben lontani dall’avvento di internet, della televisione spettacolo, peraltro velocissima nel fagocitare gli eventi, l’elemento centrale sul quale si concentrava lo sforzo di cronisti e redattori era semplicemente quello di avvicinare, il più possibile, le vittime della catastrofe al resto del Paese. L’opinione pubblica si identificava con quei volti, con quelle storie; con quell’Italia lavoratrice e nello spirito ancora contadina che comprendeva seriamente quale dramma potesse significare veder distrutti i sacrifici di una vita, conquistati col sudore della fronte e, nella maggior parte dei casi, con onestà e determinazione. C’era un sano e compassionevole senso di umana solidarietà, frutto di una spontanea e sincera propensione a sentirsi parte di un a comunità che, nel momento del bisogno, riconosceva negli sfollati e nelle vittime un naturale completamento di se stessa, a cui rivolgere un pensiero sincero e generoso. Il pensiero va alla tragica alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 che, nel giro di pochi giorni dall’esondazione del fiume Arno, chiamò a raccolta persone comuni da tutta Italia, per lo più padri di famiglia desiderosi di impegnarsi nelle operazioni di soccorso, ma, soprattutto giovani, ragazzi e ragazze, che si adoperarono senza sosta nel recuperare dal fango libri, quadri ed opere d’arte dell’immenso patrimonio artistico e culturale di Firenze. Mossi semplicemente da un sentimento di generosa solidarietà, si rimboccarono le maniche scavando nel fango per giorni e giorni, talvolta anche a rischio della propria vita, contro quei 300 milioni di metri cubi d’acqua che le piogge e l’esondazione dell’Arno avevano scatenato sulla città. Per la straordinaria spontaneità del loro impegno e l’eroicità con cui operarono furono soprannominati gli angeli del fango, il cui ricordo resta, ancora oggi, un’icona proverbiale di come le risorse migliori del Paese abbiano fattivamente contribuito in aiuto e sostegno dei propri connazionali.
Nulla a che vedere con le numerose catene della solidarietà che, ad oggi, non appena scatta l’emergenza, prolificano con costosissimi spot televisivi in onda sulle varie emittenti nazionali. Tutto si risolve con il rassicurante invio di un semplice sms, che al costo di pochi euro, dovrebbe consentirci di poter, dopo l’abbuffata giornalistica sul terremoto o su qualsiasi altra calamità o disastro, cambiare canale e proseguire la visione del prossimo film senza troppi pensieri e preoccupazioni.
Probabilmente, quella di allora era un’Italia ancora capace di annoverare tra i propri elementi identitari il desiderio di esprimere degli ideali veri, profondi; volenterosa di vivere un senso di comunità anche contro le difficoltà del dopoguerra, della crisi socio-economica intervenuta subito dopo il boom industriale e finanziario degli anni sessanta e, più in là ancora, contro le minacce provenienti dal terrorismo, dalla guerra fredda, così come dai terremoti o dalle altre calamità che nel corso dei decenni si sono susseguiti arrecando morti e devastazione.
Ma al di là dei mutamenti antropologici intervenuti dalla metà del ventesimo secolo ad oggi, ciò che maggiormente salta agli occhi, ogni qual volta si verificano emergenze di protezione civile, è quel senso di ineluttabile fatalità dell’evento avverso, come se dinanzi alla violenza distruttiva degli elementi naturali l’uomo non possa far altro che soccombere inesorabilmente. Ciò se da un lato trova più di una conferma per quei disastri accaduti in epoche remote, diviene del tutto inconcepibile, oltre che intollerabile, se riferito alle emergenze avvenute negli ultimi anni, nelle quali, pur registrando, in taluni casi, elevati standard nelle attività di assistenza e gestione della popolazione sinistrata, si riscontra una madornale lacuna sul versante della prevenzione il cui ruolo, invece, risulta essere determinante per evitare o contenere al massimo sia le perdite di vite umane, sia i danni strutturali a beni privati e pubblici.
Del resto, l’evoluzione scientifica e tecnologica, il diffondersi di figure specializzate nell’ambito della gestione dei disastri, la presenza di organi operativi e scientifici preposti allo studio delle varie calamità, dovrebbe condurre ad un effettivo slancio di tutte quelle attività previsionali e preventive mediante le quali conseguire una sistematica mitigazione del rischio volta a garantire una reale messa in sicurezza della popolazione.
Tuttavia, da una semplice disamina degli effetti e delle conseguenze delle più recenti calamità, non si può non riscontrare una sorta di linea di continuità, con le emergenze del passato, dal punto di vista del numero di vittime e dei feriti da terremoti, frane o esondazioni, ancora oggi, paradossalmente, elevato.
All’indomani di gravi disastri, si punta il dito sulle norme di edificazione, sulla tipologia dei materiali di costruzione, sulla maggiore o minore rispondenza dei piani regolatori generali, come se fino ad un attimo prima della rovinosa sciagura non fossero esistite Istituzioni centrali o periferiche, Enti pubblici con competenze specifiche sul campo dell’assetto urbanistico e territoriale, organismi specializzati nella difesa del suolo o nella prevenzione. In realtà, nel marasma della caccia al colpevole che, nella maggior parte dei casi si conclude o in un nulla di fatto o nella foto del solo ed unico capro espiatorio sbattuta in prima pagina, colpendo, così, la punta dell’iceberg senza minimamente sfiorare tutto il resto, si distoglie lo sguardo dai mali cronici del nostro Paese che, sempre più spesso, nonostante il copioso e capillare assetto normativo e le molteplici Istituzioni preposte, accentra i propri sforzi nel conseguimento degli interessi privati, piuttosto che nel rispetto delle finalità istituzionali e pubbliche.
La prova di tale deplorevole dinamica risiede, non tanto nelle dissertazioni politiche o tecniche che puntualmente si scatenano a disastro avvenuto, quanto in un dato molto più significativo ed incontrovertibile.
Chi ha avuto modo, nel corso di questi ultimi trenta o quarant’anni, di vivere attraverso i giornali ma per lo più la televisione, i vari disastri che hanno colpito il nostro Paese, ricorderà un’immagine, un dato inequivocabile che puntualmente emerge, con tragica ed inalterata evidenza, all’indomani di un evento disastroso: lo sguardo atterrito e sgomento di centinaia di migliaia di sfollati dilaniati dal dramma di aver perso genitori, fratelli, amici o parenti a causa di un terremoto o di una frana, come per qualunque altro genere di disastro.
Chi subisce perdite così gravi, non sa rassegnarsi, non comprende. Non si spiega come mai, soprattutto ai nostri giorni, nell’era dell’high tech e delle eccellenze nei vari settori delle scienze umane, si possa morire perché nessuno aveva previsto che un centro abitato posto sotto una montagna, prima o poi, potesse essere interessato da un evento franoso, o che un terremoto di forte intensità potesse colpire città storicamente ubicate su zone ad alto rischio sismico, soprattutto se preannunciato da scosse di rilevante intensità. Eppure, ancora oggi, una sostanziale inerzia da parte degli Enti competenti caratterizza quelle fondamentali e delicate fasi nelle quali si gioca la capacità di saper mettere in sicurezza la popolazione e che precedono il verificarsi dell’evento avverso. E l’epilogo, a fronte di simile realtà, non può che essere sempre il medesimo.
Il nostro Paese, peraltro, ha sempre costituito, per sua natura geologica, una sorta di vetrina privilegiata di questo genere di eventi. Infatti, sia dal punto di vista sismico che idrogeologico, per non parlare di incendi boschivi o di altre tipologie di disastri e calamità, il territorio nazionale può, di certo, definirsi ad alto rischio con un costo, per danni di varia tipologia, che mediamente si aggira a circa due miliardi l’anno.
Se non fosse per la capacità, tutta italiana, di saper ben dimenticare anche le peggiori calamità nazionali, oscillando tra spensieratezza e fatalismo, sarebbero molteplici gli spunti ed i moniti per evitare che i tristi epiloghi del passato possano ripetersi.
Nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio del 1968 un terremoto di magnitudo 6,4 colpì una vasta area della Sicilia occidentale, fino a quel momento non considerata critica dal punto di vista sismico, tra le provincie di Agrigento, Trapani e Palermo. I morti furono 370, un migliaio i feriti e circa 70.000 i senzatetto. Il pilota di uno degli aerei ricognitori, dichiarò di aver visto uno scenario da bomba atomica. Si trattò della prima grande catastrofe dal dopoguerra, nella più completa assenza di strutture operative, di organismi specializzati e di ogni altro apparato che potesse essere in grado di fronteggiare l’emergenza. I comunicati ufficiali lodarono l’azione tempestiva delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco accorsi nello scenario della catastrofe. In realtà, ci volle diverso tempo prima di comprendere l’effettiva portata dell’evento, sia a causa dei difficili collegamenti, indotti dal sisma, sia per le oggettive condizioni di arretratezza e di profondo disagio economico e sociale già esistenti nell’area. L’assenza di un vero e proprio piano di ricostruzione e decenni di interminabili lavori, indussero buona parte della popolazione delle zone colpite dal terremoto ad emigrare in vari continenti, incentivata anche dal fatto che fu proprio lo Stato ad adottare, come misura d’emergenza, particolari facilitazioni al rilascio dei passaporti per qualunque altra parte del mondo. Ciò determinò un immediato spopolamento ed una ricostruzione che, per molti comuni, avvenne trascurando le reali necessità ed i bisogni della popolazione locale.
La sera del 23 novembre 1980, l’Italia è ancora col fiato sospeso per l’ennesimo terremoto. Un sisma di magnitudo 6.9 sconquassò la Campania centrale e la Basilicata, causando 2.914 morti, 8.848 feriti e 280.000 sfollati. Ancora una volta morte e devastazione, vite straziate dal dolore, ritardi nei soccorsi, impreparazione generale, mancata pianificazione, si riproposero in tutta la loro drammaticità, nonostante il Paese avesse da pochi anni vissuto la tragedia del terribile terremoto del Friuli. Il Presidente Sandro Pertini, nel corso di un’edizione straordinaria del Tg2, andata in onda quattro giorni dopo il sisma, manifestò un certo disappunto per le marcate carenze della gestione operativa, arrivando a pronunciare: “Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”. In allora, ciò che principalmente penalizzò i soccorsi fu dovuto, non tanto ai collegamenti resi difficili dal terremoto, quanto alle problematicità nel coordinamento delle strutture operative che non riuscirono nella loro comune azione di contrasto. È pur vero che il sistema nazionale di protezione civile, a quel tempo, poggiava su basi ancora non ben definite, sia dal punto di vista normativo che della reale azione sul campo.
Ma, allora come oggi, l’anello debole della catena continua ad essere proprio la popolazione, così come ben diciotto anni dopo il sisma dell’Irpinia lo furono gli abitanti di Sarno, Quindici, Siano, travolti da due milioni di metri cubi di fango e detriti provenienti da quelle montagne che per secoli avevano disegnato il profilo ameno e rigoglioso di quei luoghi. Emerse, con particolare evidenza, non solo la mancanza di prevenzione, ma, addirittura, il fatto che l’autorità comunale di protezione civile avesse invitato la cittadinanza a rimanere nelle proprie case, mostrando la più totale impreparazione sia dal punto di vista delle procedure operative d’emergenza, sia della reale percezione della tragedia che si stava consumando sul territorio. Anche in questo caso, l’epilogo fu drammaticamente infausto: i morti furono 160, di cui 137 solo nel comune di Sarno. E la popolazione era sempre lì, come in tutte le altre emergenze del nostro Paese: gli anziani avvolti tra le coperte fornite dalla croce rossa o dai volontari; i volti sgomenti di coloro che scavarono nel fango con le proprie mani recuperando, non sempre in vita, i corpi di persone care, amici o conoscenti; l’incredulità e lo smarrimento di fronte alla tragedia, contando esclusivamente sullo slancio umano di polizia, carabinieri ed altri soccorritori che improvvisarono il loro aiuto lavorando senza sosta e con encomiabile spirito di sacrificio. 
La realtà non cambia se spostiamo lo sguardo sulle più recenti emergenze nazionali: dal terremoto dell’Aquila, che con le sue numerose scosse sembrava quasi volesse avvisare dell’imminente arrivo dell’evento distruttivo, agli svariati fenomeni franosi o alluvionali, si registra, ancora oggi, una vistosa e del tutto ingiustificata carenza in tema di prevenzione, non riuscendo, di fatto, ad impedire che disastri e calamità naturali possano cogliere impreparate le istituzioni e gli organismi preposti ed arrecare danni e conseguenze irreparabili alla popolazione inerme.
Ciò che maggiormente delude, si pensi anche alle frane che hanno interessato nell’ottobre 2009 Giampilieri ed i comuni limitrofi, ma vale per qualunque altro lembo d’Italia, è il fatto che, molto spesso, sotto accusa venga posto esclusivamente l’assetto urbanistico e territoriale, le cui fragilità ed obbrobri, di certo, costituiscono un evidente fattore predisponente l’innesco di eventi franosi distruttivi. Infatti, proprio dinanzi a simili livelli di pericolosità, risulta ancora più importante spostare l’attenzione sulle carenze del sistema locale di protezione civile che, in linea con la legislazione vigente, costituisce quel livello istituzionale di prossimità, indispensabile per riuscire, tempestivamente ed avvalendosi delle opportune metodiche, ad avviare le primissime procedure operative d’emergenza, dalle iniziative di preallarme sino alla reale messa in sicurezza della popolazione. È appena il caso di aggiungere, che il processo di adeguamento dell’intero patrimonio edilizio nazionale ai parametri ingegneristici di sicurezza richiedendo, per evidenti ragioni socio economiche, diverse generazioni, determinerà, nel frattempo, una più stringente necessità di dotarsi di modelli di gestione emergenza realmente efficaci ed organismi, soprattutto in ambito comunale, dal cui operato sia possibile conseguire un effettivo livello di protezione e salvaguardia della collettività nell’azione di contrasto all’evento calamitoso.
Emerge, alla luce delle considerazioni sin qui esposte, come il perno centrale del sistema locale di protezione civile sia rappresentato dall’amministrazione comunale, i cui risvolti nelle tematiche della gestione delle emergenze sono di tale ampiezza e corposità da richiedere figure professionali specializzate, in grado di poter svolgere, senza soluzioni di continuità, studi previsionali ed assennate ed efficaci attività di prevenzione, mediante cui perseguire adeguati standard di pubblica incolumità e sicurezza civile.
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