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RICERCHE E STUDI
a cura del Dr. Paolo Sanacore

Qualche tempo fa, trovandomi tra amici completamente estranei al mondo della protezione civile, mi è stata rivolta una domanda tanto semplice quanto diretta al cuore del problema, formulata più o meno in questo modo: come mai, con un sistema di protezione civile così presente sul territorio, con centinaia di volontari, spesso ben attrezzati e avidi di intervenire; vigili del fuoco, istituzioni centrali e periferiche con specifiche competenze nel settore, come mai, domandava l’avveduto interlocutore, ogni volta che si verifica una calamità importante o anche un’emergenza di minori proporzioni, ad esempio di tipo climatico, si registrano centinaia di morti o danni economici esorbitanti?
All’interrogativo, seguiva una sorta di ulteriore rincaro della dose, nel momento in cui si dava sfogo a quella ormai consona tiritera che all’indomani di importanti disastri strombazza su TV e Radio coinvolgendo esperti e non, sulla natura violata dalla cementificazione selvaggia, sugli equilibri ambientali sovvertiti dall’azione dell’uomo, e sulle altre manipolazioni di cui il genere umano è responsabile ai danni del prezioso ecosistema.
La risposta, data l’occasione, si limitò ad un semplice accenno sulle principali cause da cui scaturiscono problematiche effettivamente complesse, che abbracciano non solo gli aspetti propriamente tecnici della tematica ma si estendono a valutazioni di più ampio respiro sulle quali proveremo, in questa sede, a dare adeguata trattazione.
Iniziamo col dire che, ad oggi, incentrare una riflessione attenta ed utile sulla protezione civile limitandosi ad analizzare esclusivamente i potenziali fattori di rischio derivanti dagli innumerevoli scempi ambientali condotti negli ultimi 50 anni, porta ad una triste quanto evidente conclusione, secondo la quale per rendere il Paese completamente antisismico o sicuro da un punto di vista idraulico, occorrono diverse generazioni e risorse finanziarie inimmaginabili, nel frattempo, quindi, l’unica soluzione possibile resta la prevenzione.
In particolar modo, risulta quanto mai necessario rivolgere l’attenzione su tutti quei fattori realmente in grado di rendere la macchina di protezione civile in grado funzionare correttamente, riducendo, nel modo più efficace possibile, gli effetti e le conseguenze drammatiche a cui puntualmente assistiamo in occasione di disastri o calamità naturali.
A tal proposito, provando ad indagare lo stato dell’arte in tema di azione di contrasto a simili eventi, è opportuno precisare che il sistema nazionale e locale di protezione civile si identifica, sostanzialmente, con il variegato mondo del volontariato, rappresentato sia dalle numerosissime organizzazioni private sparse in quasi tutti i comuni d’Italia, sia dai vari gruppi comunali posti alle dirette dipendenze del Sindaco o del Servizio Comunale di protezione civile.
È bene precisare, sin d’ora, che se questo è ciò che accade nella quasi totalità delle Regioni, Provincie e Comuni d’Italia, cosa diversa è quanto prevede la complessa normativa di riferimento che, al contrario, affida, in particolar modo ai Comuni, compiti di assoluto rilievo soprattutto in tema di pianificazione e specializzazione delle competenze. Ma, andiamo per gradi.
Prima ancora di addentrarci nella nostra riflessione, vale la pena ribadire il nobile risalto che va conferito a chi si impegna, con abnegazione e spirito di umana solidarietà, nel costante anelito ad apportare un soccorso, un aiuto, anche il più rischioso, nei confronti di chi si trova in condizioni, talvolta estreme, al limite tra la vita e la morte. Per tutti coloro che sono mossi da simili ideali e dal cui operato è possibile trarre reali benefici per la collettività, deve essere rivolto un sentimento di profonda gratitudine e di autentica ammirazione, rappresentando una risorsa preziosa ed insostituibile nell’ambito del sistema nazionale e locale di protezione civile.
Nel corso degli ultimi trenta, quarant’anni, nella storia delle emergenze che maggiormente hanno funestato il nostro Paese, un ruolo fondamentale è provenuto proprio da coloro i quali hanno messo ha disposizione, gratuitamente, il loro tempo libero e si sono dedicati pienamente al soccorso di chi versava in condizioni di estremo bisogno, a seguito di un disastro o di una calamità naturale. Basti pensare alla memorabile figura degli angeli del fango, esempio indelebile della tragica alluvione di Firenze del 1966. Giovani e non, giunti da varie parti d’Italia, animati dall’unico anelito di apportare un sollievo, un soccorso nei confronti della popolazione sinistrata. O, come dopo la tragica frana e inondazione del Monte Toc, dalla cui catastrofe sorse una spiccata sensibilità in tema di protezione civile, ancora oggi encomiabile esempio anche nelle attività di volontariato.
Nella medesima ottica si mossero i terremotati del Friuli Venezia Giulia, quando dopo il sisma che devastò i loro paesi e città nel 1976, scoprirono ancora di più l’importanza del sostegno e dell’aiuto volontaristico per tutte quelle popolazioni dilaniate da analoghe calamità. E, ancora, vale la pena citare, ma come questi sarebbero innumerevoli gli esempi, il caso della terribile frana di Sarno del 1998, con oltre due milioni di metri cubi di fango e detriti trascinati dalla montagna, che distrusse 180 case e provocò la morte di 160 persone.
Prima dell’arrivo della colonna mobile “Vesuvio” (composta di 12 associazioni di volontariato locali e dei vigili del fuoco in congedo), giunta intorno alle 20.00 dopo circa 5 ore dall’evento, tutta la popolazione si era adoperata a mani nude nel tentativo di sottrarre dalle macerie familiari, parenti, amici, conoscenti, ingaggiando una lotta strenua ed impari contro quell’oceano di fango che di lì a poco avrebbe inghiottito ogni cosa avesse incontrato lungo la vorticosa inondazione.
Nella recente storia del volontariato, come quelli appena citati, sono stati molteplici gli slanci di generosa umanità, condotti con spirito di sacrificio, trascurando, talvolta, persino le necessità familiari e ponendo, soprattutto durante l’emergenza, la propria vita completamente a servizio dei bisogni provenienti dal quadro dei soccorsi o dalle attività assistenziali. Si è trattato di un cammino lungo, fatto di una partecipazione viva, appassionata, fraterna; a fianco di quei cittadini che, dopo il passaggio di un terribile evento, diventavano, come per ciascun essere umano, il volto debole da sorreggere, aiutare, tirar fuori da macerie contorte o da stanze della propria casa trasformati in un mucchio di rovine ormai insignificanti.
È con questo orgoglio nel cuore e sospinti da un rigoglioso e genuino entusiasmo che negli ultimi venti, trent’anni le organizzazioni di volontariato private ed i gruppi comunali di protezione civile, si sono pian piano organizzati. Hanno progressivamente colmato le loro necessità tecniche-operative, in termini di automezzi, strumentazioni, tute operative, materiali di vario tipo, sollecitando, presso gli organismi istituzionali preposti, le loro istanze ed ottenendo, per una sempre maggiore efficienza nei contesti operativi, la giusta preparazione, le adeguate attrezzature ed equipaggiamenti. E così, una volta cresciute nel numero, queste realtà fatte esclusivamente di volontari, sono state dotate di attrezzature ed apparati appropriati e rese, per così dire, mobilitabili dai dipartimenti di protezione civile presenti nelle varie Regioni d’Italia, creando delle vere e proprie colonne mobili regionali, pronte, allo scattare dell’emergenza, ad essere inviate presso i luoghi del disastro.
In questa nuova ottica, il ruolo del volontariato è stato sempre più richiesto da parte degli enti locali, sia per svuotare le abitazioni, in caso di allagamenti, che per spegnere gli incendi, così come per qualunque altro genere d’intervento; potendo contare su risorse umane, materiali e mezzi costantemente reperibili e mosse da grande entusiasmo.
Di fatto, il grande sistema del volontariato di protezione civile italiano, è in grado di sfoggiare delle cifre colossali: si stima che il numero di volontari presenti lungo il territorio nazionale abbia di gran lunga superato il milione e cinquecentomila unità, sparsi tanto nelle città metropolitane, quanto nei piccoli e sperduti comuni di montagna. Ma nel novero dobbiamo anche contare le sedi nelle quali operano e si incontrano, gli automezzi, i moduli operativi antincendio o svuotamento, e tutte le svariate attrezzature, di cui dispongono e che, nella totalità dei casi, sono forniti dalle Regioni, dalle Provincie o, anche, dalle amministrazioni comunali.
Dinanzi a questa immensa risorsa ed opportunità, le Istituzioni Locali, hanno dato particolare enfasi al rapporto con le organizzazioni di volontariato, predisponendo, con sistematicità ed all’interno di protocolli e procedure ben definite, le modalità di attivazione, di intervento e di invio nei teatri emergenziali.
Pertanto, all’insorgere di un evento calamitoso, da parte dell’Ente Comunale, oltre all’attivazione del C.O.C, che nella maggior parte dei casi costituisce una sorta di mero adempimento formale, cadendo dalle nuvole Sindaci, assessori, dirigenti e funzionari, il sistema di gestione e contrasto dell’emergenza, come si diceva all’inizio della nostra analisi, si muove fondamentalmente seguendo le seguenti direttrici: attivazione del Gruppo Comunale di protezione civile e delle organizzazioni private, e, qualora la calamità o il disastro assuma proporzioni maggiori, la Regione attiva sul posto la propria colonna mobile e, se del caso, scattando il livello nazionale, quelle provenienti da altre regioni d’Italia, per fornire il necessario soccorso ed assistenza.
Se tale architettura mostra validi elementi di successo sul piano dell’ottimizzazione delle risorse esistenti, la stessa cosa non può dirsi se lo sguardo si sposta sull’intera gamma di attività di protezione civile che, almeno a giudicare dal travagliato percorso legislativo degli ultimi quarant’anni e dalle estreme necessità sostanziali, dovrebbe ispirarsi ai fondamentali lineamenti della previsione e prevenzione, da attuarsi con scientificità, in modo sistematico, senza soluzioni di continuità, ed avvalendosi di adeguate figure professionali.
Se, dunque, lo schieramento di risorse in campo avviene allo scattare di un’emergenza, ovvero al verificarsi di un disastro, qualunque esso sia, comprendiamo, facilmente, come l’intervento si caratterizzi, ancora oggi, esclusivamente come attività di mero soccorso e, cosa ancor più grave ed intollerabile, caratterizzato da una fase temporale in cui la calamità ha già dispiegato “comodamente” tutti i suoi più terribili effetti e conseguenze, in termini di perdite di vite umane, feriti o danni economici incalcolabili. Appare evidente, quindi, come simile campo di applicazione, quello del soccorso, quand’anche fosse svolto nel migliore dei modi, cosa peraltro auspicabile e, di certo, quanto mai necessaria, non può che contraddistinguere in senso drammaticamente infausto e fallimentare l’intero corso della gestione dell’emergenza, se svincolato da tutte quelle attività scientifiche previsionali e preventive da condurre sistematicamente in tempo di pace. In altri termini, l’elemento di riscontro, ovvero la prova del nove di una corretta e valida attività di protezione civile si consegue, non già nel garantire un assistenza ai superstiti da tendopoli, per così dire, “a cinque stelle”, ma, semmai, nell’esser riusciti a ridurre il più possibile i morti, i feriti ed i costi economici scaturiti dal disastro.
Per l'appunto, da uno sguardo veloce sulle calamità che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi anni, emerge un duplice dato degno di adeguata riflessione: da un lato osserviamo danni materiali ed economici particolarmente ingenti ed un numero di vittime ancora oggi tragicamente elevato, nonostante l’evoluzione tecnologica e la pluralità di organismi ed istituzioni coinvolte; mentre, dall’altro, in modo del tutto speculare, si registrano punte d’eccellenza nelle attività di soccorso ed assistenza fornite alle popolazioni nelle fasi immediatamente successive all’insorgere dell’evento calamitoso.
Ricordiamo il grande incendio boschivo che colpì il Comune di Peschici nel 2007, allorquando la mancanza di adeguata prevenzione fu ritenuta, da parte di autorevoli figure del settore, come uno dei fattori responsabili del disastro che causò morti e la devastazione di svariate centinaia di ettari di vegetazione del promontorio del Gargano. Fu per questo che, quando le numerose organizzazioni di volontariato provenienti da varie Regioni del Centro-Sud Italia giunsero sul posto, svolgendo come di consueto un ruolo encomiabile, il danno era, però, ormai drammaticamente compiuto ed irreparabile.
In molte delle recenti tragedie nazionali, ciò che macroscopicamente salta allo sguardo é la mancanza del più minimo cenno di una gestione qualificata e scientifica da parte delle strutture comunali di protezione civile, alle quali la legislazione conferisce importanti compiti in ordine alle misure di messa in sicurezza della popolazione che non si limitano alla semplice procedura di esodo/soccorso, ma prevedono, a monte di essa, studi, valide attività di pianificazione, esatta identificazione degli scenari rischio e molto altro ancora.
Eppure, sempre più spesso, nei giorni successivi il disastro, quando ancora le immagini della devastazione straziano gli animi, susseguendosi nei media e commuovendo l’opinione pubblica, già si celebra l’efficienza delle organizzazioni intervenute per montare le tende, servire pasti caldi, accudire gli anziani. Come se in pieno ventunesimo secolo, la reale efficienza di un sistema di protezione civile, possa essere misurata non tanto dall’effettiva capacità di impedire, per quanto possibile, i morti, i feriti e i danni esorbitanti al patrimonio pubblico e privato; ma, al contrario, come abbiamo detto, dalla mera capacità di assicurare adeguati standard di assistenza e cura all’interno delle tendopoli.
Di qui, la necessità di comprendere quali siano, le reali prerogative, i compiti e le attività che le varie strutture facenti parte del sistema di protezione civile devono adottare nella loro azione operativa. Ma ciò è possibile se vi è una sana e corretta formazione su quali siano le reali responsabilità delle istituzioni locali – soprattutto in ambito comunale - che, peraltro, proprio all’interno dei propri servizi ed uffici, dovrebbero prevedere delle figure specializzate sia nell’attività divulgativa, sia in quella legata alla previsione e prevenzione. Inoltre, la citata formazione dovrebbe coinvolgere l’intera gamma di operatori coinvolti, ponendo in primo piano proprio i volontari e tutte le altre strutture operative nazionali che parteciperanno all’azione di soccorso o di assistenza alla popolazione. È bene precisare, infatti, che, proprio per il fatto che sin dalle primissime fasi di gestione dell’emergenza l’azione delle forze operanti sul campo dovrebbe conformarsi ai lineamenti previsti dal piano comunale di protezione civile ed alle decisioni, ad esso collegate, intraprese in ambito di sala situazioni, le medesime strutture operative dovrebbero, sia in sede di pianificazione che in quella di formazione e conoscenza del Piano, essere coinvolte a pieno titolo.
Si comprende, pertanto, come l’elemento nodale della nostra riflessione ruoti proprio attorno alla necessità di attribuire a tutte le parti impegnate nel sistema dell’emergenza analogo valore, non relegando l’intera gamma di attività sulle generose e, pur ampie, spalle del volontariato, sempre pronto ad esserci e a donare qualcosa del proprio tempo e del proprio impegno.
A tal proposito, è opportuno ribadire che nelle attività istituzionali di protezione civile, a differenza di quanto accade per la gestione dei soccorsi e dell’assistenza alla popolazione, che possono essere svolte con l’ausilio di corpi o strutture volontarie, vi è un ambito che richiede, inevitabilmente, un’adeguata qualificazione specialistica e professionale.
Per prevenire occorre svolgere un’idonea attività di pianificazione, di analisi, di studio; ma anche di attuazione, di verifica, di riscontro; nell’ottica di individuare i modi e le forme per far sì che i lineamenti organizzativi, le competenze e le metodiche di gestione possano rivelarsi realmente efficaci. Procedendo sulla base di idonei criteri operativi, gestionali e specialistici, tali da poter rendere il servizio comunale di protezione civile, un organo amministrativo ma anche scientifico, capace di onorare gli adempimenti legislativi ed assicurare, mediante un’attività costante nel tempo ed ispirata ai canoni della prevenzione, quei necessari compiti di studio ed osservazione scientifica del territorio e di tutti quegli elementi e di quei fattori capaci di provocarne un’alterazione tale da indurre un impatto sconvolgente sulla popolazione.
Ma comprendiamo bene che simile impegno richiede un particolare bagaglio formativo, fatto di studi scientifici, di esperienze multidisciplinari, di analisi empiriche, in altri termini, di adeguate figure professionali di cui il mondo della protezione civile comunale ha urgente bisogno per poter realizzare concretamente le necessarie politiche di prevenzione ed assicurare un’efficace mitigazione del rischio residuo e messa in sicurezza della popolazione.
Immaginare che un impegno di tale complessità possa essere relegato ad un semplice amministrativo o al geometra del comune, seppur reso edotto da specifici corsi, appare, comunque, per l’esiguità del bagaglio acquisito, come una sorta di rimedio tampone. Ben che meno, è immaginabile che simile corposa attività possa essere affidata ai volontari, raggiungendosi, in tal caso, una sorta di paradossale assurdità, come se all’interno dell’ufficio legale del Comune invece di un avvocato mettessimo un volontario, il cui vero lavoro fosse, ad esempio, quello di autista o di idraulico o altro ancora e, ad un certo punto, per il solo fatto di acchittarlo in giacca e cravatta ed avergli somministrato un’infarinatura di diritto privato ed amministrativo, ciò bastasse a conferirgli il ruolo di avvocato o di esperto di diritto. Lo stesso esempio potrebbe essere fatto per gli architetti o gli ingegneri presenti negli uffici lavori pubblici o urbanistica dei comuni. Anche lì, non servirebbe alcuna laurea specifica, alcun tipo di specializzazione, né anni ed anni di studi e lavori nel settore; basterebbe rivolgersi ad un semplice volontario, sottoporgli un breve résumé di architettura o ingegneria ed il gioco e fatto. In tal modo, si risolverebbe, tout court, il problema degli stipendi, delle tredicesime, delle pensioni. Niente più costi esorbitanti per il lavoro e niente più disoccupazione, perchè, in tal modo, alla fine di questo lungo ed insano tragitto, si sarà operata un’aberrante metamorfosi kafkiana: dallo status di lavoratore direttamente a quello di volontario.
Come è possibile, infatti, immaginare che un ingegnere ambientale, ad esempio, specializzato in assetto idraulico, che svolge attività libero professionale, possa rinunciare ai propri legittimi compensi e lavorare gratis per un ente comunale realizzando progetti di messa in sicurezza idraulica. O uno specialista di calamità naturali, il cui lavoro è elaborare, a livello di enti locali, piani di protezione civile ed organizzare, in modo efficiente, gli organismi e le strutture istituzionali preposte, al fine di garantire idonee attività di prevenzione, che di punta in bianco, rinuncia ad ogni forma di sostentamento e si dà liberamente anima e corpo al volontariato.
È evidente che si tratta di un’iperbole, che, purtroppo però, si sta sempre più annidando in un certo modo di concepire i ruoli, le funzioni ed i modi attraverso cui organizzare il sistema nazionale e locale di protezione civile.
Se tale orientamento dovesse rafforzarsi ulteriormente, il Paese avrebbe perso anche la più minima chance per immaginare un futuro, si spera non troppo lontano, caratterizzato da una adeguata cultura della prevenzione, non più soltanto declamata ma, soprattutto, realizzata concretamente, con scientificità ed adeguata qualificazione professionale.
E, invece, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: un territorio nazionale caratterizzato da una fragilità idrogeologica impressionante; da una sismicità praticamente diffusa lungo quasi tutto lo stivale e da incendi boschivi che nel periodo estivo arrecano danni ingenti e vittime.
Dinanzi a simile realtà, le autorità scientifiche, sempre più spesso, denunciano uno scenario segnato da una grave carenza di risorse finanziarie mediante le quali poter intraprendere le necessarie opere di prevenzione. La stessa cosa vale per gli uffici comunali di protezione civile, spesso visti come strutture di “serie b”, il cui impegno lavorativo si riduce, in molti casi, nell’evadere gli svariati adempimenti amministrativi concernenti le attività o del gruppo comunale di protezione civile o delle organizzazioni di volontariato, relegando, in chiave residuale, le tematiche della prevenzione.
Emergono, dalle riflessioni svolte, le due anime della protezione civile, entrambe fondamentali o, come vengono definite, le due membra dello stesso corpo: da un lato la sfera istituzionale degli Enti locali, a cui l’attuale assetto legislativo, soprattutto per i comuni, affida competenze specialistiche, scientifiche e tecnologiche, nel campo della previsione e prevenzione, oltre che decisionali nelle fasi della gestione dell’emergenza come per i C.O.C e C.O.M; mentre dall’altro troviamo le attività di soccorso ed assistenza della popolazione, di competenza delle strutture operative nazionali, tra le quali spiccano il Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco ed i volontari di protezione civile.
Purtroppo, ciò che emerge in molti comuni italiani è la non adeguata predisposizione di idonee attività specialistiche di protezione civile che pongano in primo piano la prevenzione, determinate, non solo dalla scarsità di risorse finanziarie, ma, soprattutto, da una cultura tendente a sottostimare questa indispensabile gamma di competenze. Per contro, accade in modo sempre più diffuso che, a fronte delle citate ristrettezze economiche, si registri, invece, un innalzamento vertiginoso dei contributi finanziari, da parte di regioni ed in misura minore provincie, per l’acquisto di materiali e mezzi rivolti alle organizzazioni di volontariato, pianificate adottando, come criterio di quantificazione complessiva, non già il parametro del numero effettivo di personale realmente operativo in seno a ciascuna organizzazione di volontariato o gruppo comunale, ma, in modo estensivo, sulla base del semplice numero di iscritti in ogni singola organizzazione. Infatti, in materia di equipaggiamenti, di speciali tute operative, di scarponi tecnici o antincendio, e di varie strumentazioni operative, un conto è dotare di tutto ciò esclusivamente quel ristretto numero di operatori volontari qualificati con corsi ad hoc e che puntualmente partecipano alle attività operative sul campo, come nell’antincendio boschivo o in caso di nubifragi o alluvioni; tutt’altra cosa è, invece, prevedere impegni di spesa, di gran lunga maggiori, per acquisti di materiale tecnico-operativo, peraltro estremamente costoso, da distribuire, per così dire, a pioggia, rivolto, quindi, alla totalità degli iscritti.
È quasi inutile aggiungere, che simile modalità di gestione economica finisce col determinare una consequenziale distrazione di importanti ed indispensabili risorse finanziarie dalle opere di prevenzione, da valutare sicuramente come indifferibili e che richiedono il coinvolgimento di personale altamente qualificato ed in grado di rispondere alle reali necessità provenienti da una valutazione attenta del territorio e delle sue tipologie di rischio, dall’assetto demografico, urbanistico ed economico . Si tratta di un terreno che vede, in prima linea, anche sulla base di quanto disposto dalla normativa di riferimento, proprio le amministrazioni comunali, ponendole, di fatto, al centro non solo del sistema dei soccorsi ma, soprattutto, di tutte quelle attività specialistiche previsionali, volte a conseguire un’effettiva messa in sicurezza del territorio e della sua popolazione.

Dott. Paolo Sanacore