a cura del Ten. Col. Marco Scarpellini
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IL TERRITORIO E LE ZONE A RISCHIO DI CERVETERI

(dal Piano Comunale di Protezione Civile)

 

Centro Storico

Settevene-Palo

Campo di Mare
Villaggio Verde-Azzurro
Valcanneto
Pineta di Statua

Il territorio del comune di Cerveteri presenta nel suo complesso diverse problematiche inerenti la materia della protezione civile ed in particolare aspetti connessi a:

1. l'idrogeologia per la presenza di alcune zone considerate ad alto rischio idrogeologico da parte dell'Autorità Regionale di Bacino;

2. il dato industriale, che si riduce alla sola Cantina Sociale Cooperativa i cui possibili rischi appaiono di moderata entità, può ricomprendere anche la presenza della tratta ferroviaria, della direttrice Roma-Pisa, ubicata in località Cerenova, la cui pianificazione è di esclusiva competenza dell'U.T.G. di Roma;

3. L'estensione del territorio comunale, i problemi di viabilità intercomunale, il notevole sviluppo edilizio integrano quelle che possono considerarsi sia fonti di rischio a se stanti, sia elementi di maggiore complessità nella gestione delle emergenze che possono verificarsi.

Il metodo di lavoro applicato è stato quello da tempo diffuso dal Dipartimento della Protezione Civile denominato "Metodo Augustus", un modello operativo basato sulla dinamica delle funzioni di supporto, nella gestione delle attività di programmazione, pianificazione ed intervento operativo.

Il Territorio e l'Ambiente

La vasta area che abbraccia il territorio del Comune di Cerveteri, quasi incastonata tra le alture dei Monti Ceriti e la costa tirrenica, ha un'estensione di 125.57 Kmq e comprende, oltre il capoluogo, le frazioni Sasso, Ceri, Borgo S. Martino,Valcanneto, Cerenova e Campo di Mare. Per la posizione geografica e la protezione dei vasti sistemi montuosi, l'area cerite gode di condizioni climatiche particolarmente gradevoli che forniscono indubitabili motivi di pregio sia sotto il profilo paesaggistico che per lo stile di vita.

La denominazione “Colli Ceriti”, oltre a richiamare alla mente vaghe reminiscenze classiche, fa anche giustizia nei confronti di chi troppo sbrigativamente ha definito le alture alle spalle di Cerveteri come l'estrema propaggine verso Roma dei Monti della Tolfa. In realtà i Monti della Tolfa hanno le ultime propaggini verso la zona del Sasso, mentre a seguire troviamo i cosiddetti Colli Ceriti, di origine geologica diversa dai primi. Acide e poco scorrevoli, data la loro alta viscosità, le lave trachitiche dei Colli Ceriti formano colate brevi e tozze che talvolta si arrestano addirittura sul pendio dello stesso cono vulcanico senza raggiungere la base: i resti sono i ripidi e massicci blocchi dei “Sassoni” lungo la strada tra Furbara e Sasso, sulla sinistra, e altri roccioni impervi che emergono qua e là dai terreni sedimentari, dominando dall'alto i pendii argillosi e spogli.

La fascia di rilievi che orla la pianura alluvionale sottostante nasconde, tra i fitti boschi di lecci ed i valloni tufacei, secoli di storia e di archeologia a cui fanno da sfondo bellezze naturalistiche degne da essere valorizzate. Tra tutti spicca Monte Santo (430 m.) che domina il suggestivo Borgo del Sasso mentre i rilievi dei Colli Ceriti hanno la loro maggiore altitudine nel Monte Vittoria (364 m.), Monte Ercole (254 m.), e Monte Pelato (266 m.).

Più a Sud, tra Cerveteri e il Borgo di Ceri, l'azione dei corsi d'acqua ha profondamente inciso il bancone tufaceo formando estesi pianori, tra cui quello su cui sorgeva l'antica Caere, dai nomi suggestivi e spesso sconosciuti quali Polledrara, Monte Abatone, Pian Cerese, Porrazzeta e Banditaccia.

Il territorio si presenta straordinariamente ricco di acque di superficie, riconducibili a diversi bacini idrografici tra i quali ricordiamo i fossi della Mola (Vaccina), Sanguinara e Cupino. Le relative valli fluviali costituiscono un'articolata viabilità naturale che, fin dalla preistoria, ha messo in comunicazione il litorale con l'entroterra. Dalla ricchezza di acque trae alimento l'estesa copertura arborea, chiaramente più rigogliosa lungo le valli fluviali, che ammanta le pendici delle retrostanti propaggini collinari. Le essenze arboree sono quelle tipiche della macchia mediterranea, con predominio di Lecci, roverelle e farnie. Non mancano anche carpini, aceri e faggi. Dove il bosco si fa più rado riprende il sopravvento la prateria mediterranea, regno di pascoli e grandi greggi.

Come già menzionato il territorio comunale si compone di diverse frazioni, ciascuna delle quali incarna un lembo di storia di assoluta preziosità.

Ceri, situato su un costone tufaceo a 105 metri sul livello del mare, sopra il fosso Sanguinara, è un piccolo borgo medievale circondato da mura merlate, sorto sul luogo di un insediamento etrusco posto a difesa del lato orientale del territorio della potente Kaisra-Caere per i Romani.

Venduta ai Principi Odelscalchi nel 1678, dopo molteplici vicissitudini, la città nel 1883 viene infine venduta ai Torlonia, che procedono alla trasformazione in villa, con giardino all'italiana, dell'antico castello ed al rifacimento delle mura nella forma attuale. Le deserte e silenziose stradine del borgo, tutte selciate, così come la caratteristica piazzetta, in ottimo stato proprio per la natura della pavimentazione, le solide, pulite, antiche case, abitate da non più di un centinaio di ceriti, ispirano un senso di serenità e pace, immersi in un'atmosfera dall'alto valore storico.

All'inizio degli anni '70, quando in Italia un relativo diffuso benessere cominciò a richiamare l'attenzione delle famiglie sui cosiddetti “bisogni secondari”, esplose in breve tempo il boom edilizio, legato alla seconda casa, in particolar modo nelle zone di mare. In questa nuova prospettiva sociale ed economica sorse Cerenova, antico feudo del Principe Ruspoli, che, strutturandosi in un insieme di villini bianchi dotati di minigiardino, divenne presto luogo di villeggiatura e residenza. I costruttori, per il piacere delle numerose famiglie di villeggianti, dotarono il territorio di ampi viali, larghi 15-20 metri, attraversate da strade di 8-10 metri, ombreggiati da migliaia di pinus pinea ed altre essenze che tuttora costituiscono un immenso patrimonio di verde.

Sasso, l'antica frazione distante circa 12 Km da Cerveteri, è posta ad un'altitudine di circa 310 mt. s.l.m. alle falde del Monte Santo, in una zona già frequentata in epoca preistorica, nelle vicinanze delle acque termali del Piano della Carlotta, le celebri Acquae Calidae Caeretane citate da Stradone e Tito Livio. Persino i legionari romani, di ritorno dalle faticose campagne belliche in gallia, passavano una specie di quarantena negli ameni luoghi, per ristorarsi ma anche per depurarsi da eventuali malattie contratte in guerra.

Il nome della località, molto probabilmente, deriva dalla famiglia dei Sassoni discesi nel Lazio al seguito dell'Imperatore tedesco Ottone verso l'anno mille, anche se alcuni studiosi pensano che invece potrebbe derivare dallo “Scoglio di S.Antonio”, l'enorme rupe sovrastante l'attuale borgo, che conserva ancora i ruderi dell'Eremo dei frati seguaci di S.Antonio. il castello del Sasso, originario del XII secolo, appartenuto nel 1233 a Rainone della Tolfa e successivamente a Riccardo di Galeria, passò successivamente ai Venturini, alla famiglia Stefaneschi e poi ai Crescenzi. Nel 1552 il Santo Spirito, che ad opera di Papa Clemente VII era divenuto proprietario dell'intero feudo, lo vendette a Giovanni Patrizi. Nel 1877 il Sasso si staccò dal territorio di Roma per entrare a far parte del Comune di Cerveteri. A quella data gli abitanti della frazione erano circa sessanta, aumentati a 270 nel 1961, mentre nel 1981 erano di nuovo scesi a meno di un centinaio.

Borgo S. Martino, l'importante frazione agricola di Cerveteri, circa 2000 abitanti, che raggiungono i 4000 con la zona residenziale di Valcanneto, sorge su una ariosa altura posta a poca distanza dal mare, a circa 9 km da Cerveteri e da Ladispoli, circondata da un'incantevole campagna punteggiata di casali sparsi su una superficie di circa 800 ettari, i caratteristici e inconfondibili “poderi”, nati dalla grande riforma fondiaria attuata nei primi anni '50 dall'Ente Maremma, che presero il posto dei grandi pascoli dei Torlonia.

Il nucleo centrale dell'insediamento di Borgo S.Martino, edificato attorno al 1952, consiste in un ampio piazzale, una spaziosa Chiesa, la Scuola, l'Ufficio Postale, un Bar, che costituisce tuttora l'unico punto di ritrovo degli abitanti della frazione.

La località di Borgo S.Martino fino al 1991 faceva parte del Comune di Roma; poi, a seguito di un referendum popolare, è entrata a far parte del Comune di Cerveteri.

L'ASSETTO URBANISTICO AL TEMPO DEGLI ETRUSCHI

Nell'era neolitica, circa ottomila anni fa (5.000 anni prima della fondazione di Roma) la penisola italiana era abitata dalle genti liguri, a Nord, e dai siculi, a sud: erano popolazioni che vivevano in caverne e in capanne dalla pianta rotonda fatte di sterco e di fango. Nell'area di Cerveteri, villaggi neolitici erano presenti sui poggi di M. Abatone, M. Tosto, il Sasso e M Santo ed il pianoro su cui oggi sorge la città era usata per una piccola necropoli, mentre la parte abitata era articolata in due nuclei distinti situati nella zona del Sorbo e di Cava della Pozzolana, separate da aree adibite a pascolo e coltura. Questi siti erano situati in luoghi più difendibili l'approvvigionamento idrico era possibile sfruttando i vicini corsi d'acqua.

Circa 1000 anni più tardi, dall'Europa centrale, attraverso le Alpi, arrivarono altre tribù che avevano l'abitudine di costruire le loro abitazioni non in caverna, ma su travi immerse nell'acqua, le cosiddette “palafitte”, fatte con sterco, paglia e fango. La pianta di queste primissime abitazioni era circolare, ellittica o quadrata, come dimostrato dalla disposizione nel terreno dei buchi per i pali di legno che servivano a sorreggere il tetto e talvolta la capanna era suddivisa in due o tre ambienti. Queste tribù, che avevano imparato ad utilizzare il ferro grazie alle tribù germaniche, si spostarono poi nella parte centrale della penisola assoggettando o debellando le altre tribù, fondarono la città di Villanova (presso Bologna) e si abituarono a costruire capanne anche sull'asciutto, puntellandole sempre su palafitte. Intorno alle capanne, talvolta, veniva scavato un fossato per evitare che l'acqua piovana allagasse l'interno; e intorno ai villaggi venivano edificati bastioni di mota e di terra battuta per difendersi dagli attacchi degli animali e degli uomini.

Intorno al secolo XI a.C. sulla nostra penisola si stanzia una nuova tribù, gli etruschi, che probabilmente sommersero la popolazione indigena. Nessuno sa con precisione da dove provenga il popolo etrusco; dalla sua arte e da come si rappresentava sui manufatti sembra che sia arrivato dall'Asia minore (Grecia o Anatolia) via mare; questo è testimoniato dal fatto che gli etruschi furono i primi abitatori dell'Italia ad avere una flotta. Furono loro ad imporre il nome al mare che bagna le coste occidentali della parte centrale della nostra penisola; Tirreno, infatti, vuol dire “etrusco”.

La loro civiltà era certamente superiore a quella villanoviana: sono stati ritrovati resti di protesi e ponti per i denti, conoscevano i metalli per realizzarli. Sapevano lavorare non solo il ferro (che trovarono all'Isola d'Elba e che trasformarono da greggio in acciaio) ma anche il rame, lo stagno e l'ambra.

Fino all'VIII secolo a.C., comunque, le capanne erano state il principale tipo di abitazione, e solo tra il VII e l'VI secolo a.C. gli etruschi cominciarono a costruire abitazioni di tipo diverso.

Le città che gli etruschi costruivano avevano dei bastioni per difendersi, una rete stradale e soprattutto delle fogne. In altre parole, seguivano un “piano urbanistico” ben preciso affidando la realizzazione delle strutture a veri e propri “Ingegneri”. Sapevano organizzare il lavoro per l'utilità pubblica: realizzarono canali di bonifica per rendere vivibile quella terra infestata dalla malaria. Portarono avanti la politica del commercio che li mise a confronto con tutti i popoli del Nord Italia e del nord europa. Portarono l'uso della moneta come mezzo di scambio. Possedevano un'incredibile intelligenza e le capacità per sfruttarla al meglio.

A cavallo tra l'VIII e il VII secolo a.C. sorse, dalla fusione di villaggi villanoviani, l'area dell'antica Caere, posizionata su un ripiano tufaceo alle falde orientali dei Monti della Tolfa a circa 6 km dal mare. La città si estendeva inizialmente su un territorio di circa 10 ettari intorno al quale vennero edificate delle mura (secondo tradizione etrusca) ed unità abitative che subiscono una rapida evoluzione rispetto al passato: si passa dalle capanne di fango e paglia, la cui tecnica di costruzione è testimoniata da urne bronzee, agli edifici in muratura con tetti di tegole.

Nel VII secolo a.C. inizia il periodo di massimo splendore per gli etruschi; il loro territorio era molto vasto e in quel periodo la rete stradale era particolarmente sviluppata, proprio in accordo con i traffici che da Caere si dirigevano sia verso i porti sul mare, sia verso l'interno del territorio, cioè verso l'insediamento arcaico di Monte Bischero e il Sasso Furbara; da questa strada, in particolare, aveva inizio un percorso trasversale che si congiungeva con il sistema di strade rivolto verso NW, cioè verso Manziana e il lago di Bracciano).

Dell'assetto urbanistico delle città etrusche si sa, comunque, ben poco; per la fondazione di una città gli etruschi si affidavano ad un sacerdote che aveva il compito di stabilire l'orientamento della città secondo due linee: una da est ad ovest e l'altra da nord a sud in base all'assetto della volta celeste.

Il fondatore, in seguito, stabiliva e delimitava le aree arabili da quelle edificabili; la città veniva suddivisa in blocchi di edifici, simili agli isolati di oggi, da strade ortogonali tra loro e parallele alle linee NS ed EW stabilite dal sacerdote. L'applicazione di questo schema urbanistico trovava spesso impedimenti nel caso di zone collinari e montuose dove, con ingegnosi adattamenti, le città venivano conformate alla natura dei luoghi.

Nella metà del VII secolo a.C. la Cerveteri etrusca, si estendeva su tutto il pianoro limitato dal corso dei torrenti Manganello-Vaccina per 150 ettari, con un perimetro approssimativamente rettangolare e circondata da mura a NW e sugli altri lati naturalmente difesa dallo strapiombo dei dirupi. In questo periodo Caere è strutturata secondo un modello gerarchico della società, con ampio sviluppo dell'organizzazione urbana e con realizzazione di infrastrutture edilizie che sicuramente agevolavano la vita comunitaria; le costruzioni sono meno precarie, con tetti di terracotta, vere e proprie domus aristocratiche dove vige la regolamentazione degli spazi e delle architetture. In questo periodo gli Etruschi con l'arte marinara e l'intensivo sfruttamento delle risorse minerarie e con un'alta specializzazione in ogni campo dell'artigianato e del sistema agricolo, raggiunsero altissimi livelli.

La classe dominante nelle città-stato etrusche era costituita da un ceto aristocratico, originatosi in epoche remote dall'amalgamarsi di ricche famiglie di origine italica ed extra-italica.

La forma più tipica delle abitazioni del ceto dominante era caratterizzata da un ampio cortile centrale da cui si accedeva ai vari ambienti, un'altra tipologia di abitazione era composta da stanze adiacenti che davano su un vestibolo d'ingresso. Gli edifici non si sviluppavano in altezza ed erano realizzati con uno zoccolo (basamento) in blocchi squadrati di pietra o ciottoli, su di esso i muri erano costruiti con filari in pani d'argilla o mattoni crudi oppure da pietrisco tra intelaiature di legno e intonacatura d'argilla, tutto materiale deperibile. La forma tipica del tetto era a spiovente ricoperto da tegole, ma erano presenti anche tetti a terrazza. L'esterno delle case era riccamente decorato da terrecotte policrome, all'interno le pareti delle stanze erano affrescate a motivi geometrici o con scene figurate. Le case signorili si sviluppavano in genere su due piani, al primo piano c'erano le sale di rappresentanza come l'atrio, il tablinum che si affacciava sull'atrio, il triclinium o sala da pranzo e le stanze di servizio come la cucina, la dispensa e le varie stanze da lavoro, mentre al piano superiore c'erano le camere da letto.

I quartieri popolari erano abitati dalla classe dei servi: si trattava di uomini e donne liberi, che godevano dei diritti civili come la proprietà, ma che non avevano parte nella guida politica della città. Le case popolari avevano una struttura estremamente più semplice ed erano disposte su di un unico piano senza servizi. I materiali con cui erano costruite le case del ceto popolare non differivano molto da quelli che erano utilizzati per le dimore delle classi gentilizie: quindi, un basamento in pietra su cui venivano alzati muri in argilla o mattoni crudi, sorretti da intelaiature in legno, mattonelle in argilla e ciottolame versato tra assi di legno successivamente intonacate di argilla per i muri. La copertura era sostenuta da travi orizzontali e travetti, e, per le case più ricche, le travi potevano essere sostenute da colonne di derivazione greca (IV sec a. C.). Le case erano affiancate e raggruppate in isolati, gli ambienti erano piccoli e con uno scarso sviluppo in altezza.

Secondo le ricostruzioni degli storici, comunque, le città dovevano essere sviluppate più orizzontalmente che verticalmente, cioè ad abitazioni unifamiliari ad un solo piano, piuttosto che a edifici a due o tre piani, privilegio del ceto aristocratico. Naturalmente, lo schema delle case singole e basse contemplava eccezioni con il crescere della popolazione urbana.

Il grande sviluppo socio economico del VII-VI secolo a.C. portò alla formazione di nuovi ceti intermedi; il benessere si rifletteva soprattutto nella realizzazione d'opere tombali disposte secondo uno schema planimetrico caratterizzato dall'alternanza di piazze e stretti corridoi. In questo periodo ha inizio uno sviluppo urbanistico che proseguirà, attraverso l'età ellenistica, fino in età romana: furono costruite opere idrauliche imponenti, come ad esempio grandi cisterne, isolate o a gruppi, che si distribuivano su tutto il pianoro e corredate da una vasta serie di cunicoli che percorrevano a varie profondità il banco di tufo.

Verso la fine del VI secolo l'espansionismo etrusco inizia a rallentare e si blocca tra il V e il IV secolo a.C. con una evidente involuzione caratterizzata da una conversione dell'economia marittima in economia agricola; la decadenza degli etruschi è determinata da vari fattori quali, ad esempio, la prevalenza dei Greci e dei Cartaginesi sul controllo delle vie marittime e, nella prima metà del IV secolo, l'inizio della conquista dell'Etruria da parte della potenza romana (che proseguirà per tutto il III secolo a.C. - periodo ellenistico). Nel 282 a.C., dunque, Caere viene definitivamente assoggettata a Roma e il prezzo della pace fu la cessione di metà del territorio Cerite all'impero: la zona mineraria della Tolfa e tutta la fascia costiera con le relative colonie. L'edilizia romana si sviluppa anche all'interno del territorio Cerite: a Sasso, ad esempio, nella zona di Pian della Carlotta, vennero costruite le Terme. Verso il 245 a.C., al tempo delle guerre puniche, l'Etruria è completamente sotto l'influenza dei Romani e nel 98 a.C. Caere diviene municipio romano. Per tutto il I secolo a.C. la regolamentazione urbana non subisce arresti e l'edilizia si sviluppa con forme romane “a dado” o “a palazzetto” , anche se ormai la zona abitata di Caere si riduce alla parte centro occidentale del pianoro. Gli architetti romani modificano la struttura urbanistica di Caere e sostituiscono le tradizionali strutture lignee degli edifici con mattoni, travertino e marmi; vengono costruiti teatri, sale per adunanze, terme, portici templi, nuovi acquedotti che sfruttano le antiche captazioni etrusche. I terreni vengono sottratti agli originari proprietari, divisi e donati agli ex-combattenti romani che vi impiantano le loro fattorie. La vita di Caere continua, ma per lei il declino si accentua con il disfarsi dell'impero romano.

La decadenza economica di Caere ne comportò la progressiva riduzione del territorio con conseguente degrado delle aree urbanizzate e costruzione di necropoli meno monumentali.

La storia del territorio Cerite nel periodo che va dal I al V secolo d.C. è scarsamente documentata con l'unica eccezione dei rapporti che vi furono con la Roma papale. I caratteri urbani della Caere del periodo d'oro sono ormai solo un ricordo e il territorio Cerite, nel 476 d.C., diviene colonia agricola sotto la protezione del grande patrimonio ecclesiastico. Durante questo periodo vi fu un graduale e profondo mutamento del territorio che portò ad un processo di decadenza e dissoluzione delle strutture anteriori con la rovina del sistema delle vie di comunicazione e degli acquedotti, con l'instaurarsi del predominio del latifondo dove il pascolo sostituisce le colture. Dal 767 d.C. la storia del territorio cerite è caratterizzato da occupazioni e donazioni al papato; secondo ricostruzioni storiche, già nel XI secolo d.C. Caere aveva l'aspetto di un vero e proprio Castrum, articolato in due parti distinte: quella del castello sulla parte più alte dello sperone tufaceo e quella del borgo nella parte inferiore con una forma allungata percorsa da un tracciato sinusoidale principale (Via Agillina) collegata al castello; il centro abitato era protetto dalla cinta muraria e dalla naturale conformazione dello sperone, nonché dal vallo che lo separava dal fortilizio. Proprio sotto la protezione dell'autorità papale Caere vi rimarrà fino al 1029 quando la sua popolazione viene decimata dalla malaria e si rifugia in prevalenza nelle vecchie acropoli sulle alture. Nel 1192 per le scorrerie dei Saraceni, che proseguiranno anche in seguito, la quasi totalità della popolazione di Caere è costretta a trovare scampo altrove. La maggior parte si rifugia nell'abitato di Ceri, situato su un banco roccioso a 105 m s.l.m., sopra il fosso Sanguinara, già insediamento dell'età del bronzo e divenuto successivamente un “castellum” posto a difesa del lato orientale del territorio della potente Caere (distante circa 4,5 km).

Questo “castellum” fu denominato Caere nova (o, più brevemente, Ceri) dagli abitanti che ivi si insediarono, proprio per distinguerla da grande metropoli etrusca ( Caere vetus = vecchia Caere => Cerveteri, nome confermato dalla Bolla del 1236 di Gregorio IX) ormai disabitata, incolta e in rovina. Nel borgo di Ceri, l'unica testimonianza di strutture architettoniche di età romana è la facciata di un edificio tardo-imperiale; non sono state ritrovate testimonianze di architettura etrusca.

La presenza di questo “nuovo” insediamento non comportò l'alterazione del territorio della vecchia Caere.

Agli inizi della seconda metà del XIII secolo (1264) il castello di Caere vecchia (Cerveteri) è in mano ai duchi di Spoleto; in questo periodo la città si ripopola, ufficializza il nome di Caere Vetus e diventa un Comune rurale. Il centro della Città viene ulteriormente fortificato con una seconda cinta di mura posta esternamente alla precedente (i resti sono visibili verso Sasso e presso il maschio interno al castello); sono presenti tre accessi al sito urbano che si accresce lungo l'asse viario principale e, inoltre, viene scavato un fossato intorno alla parte della città meno difesa naturalmente.

Per tutto il periodo che va dal XIV- inizi del XV secolo, Cerveteri è caratterizzata da una consistente crescita demografica che aumenterà ancora fino al 1600, ma il tenore di vita è pessimo; la popolazione meno agiata viveva con salari da fame e dormiva in ricoveri di fortuna, spesse volte rappresentati da casali in disuso o diroccati ed è tormentata dalla malaria; alla fine del 1600 la riapertura dell'ospedale permette di limitare le perdite umane dovute a questa piaga e così, nel tempo, anche le campagne tornano ad essere lavorate, in particolare con il grano, tanto che viene costruito un edificio, imponente nella sua mole, il cui nome “Granarone” ne indica la funzione di magazzino per il grano. In questo periodo vengono creati funzionalissimi impianti di irrigazione e opere di bonifica del territorio paludoso.

Il primo importante strumento urbanistico è del 1865: viene creato il Regolamento Edilizio che porrà le basi per i futuri interventi di riorganizzazione dell'area edificata del territorio cerite. Per l'attuazione di tale regolamento vengono presi in esame ed approvati vari progetti di sistemazione edilizia urbana: il nuovo camposanto, il lavatoio comunale, l'abbattimento dell'antica Chiesa di S.Martino e di altri edifici per la realizzazione di Piazza Risorgimento.

Dopo l'unità d'Italia il centro urbano subì repentine trasformazioni a causa della notevole crescita demografica dovuta alla diminuita mortalità, ai progressi della medicina, all'occupazione nei lavori pubblici come la ferrovia e le opere idrauliche. Agli inizi del 1900, tuttavia, il territorio cerite si presentava ancora suddiviso in latifondi di proprietà nobiliare e della Chiesa, con molte terre ancora paludose e malariche, e le famiglie benestanti erano poche rispetto al gran numero di famiglie con bassi e difficili tenori di vita. Prima del 1926 l'espansione dell'abitato di Cerveteri si sviluppa a ridosso delle mura Castellane; dopo il 1926 l'espansione si estende a nord del vecchio centro con la costruzione del quartiere di S.Pietro nei pressi del “Granarone”.

Alla fine della seconda guerra mondiale l'espansione urbanistica riprende, ma stavolta si dirige verso il mare: vengono costruite nuove abitazioni, e ristrutturate vecchie dimore

Intorno agli anni '50 con la Riforma Agraria dello Stato le terre non coltivate dei latifondi vengono espropriate e suddivise in poderi di varia grandezza e assegnati a famiglie nullatenenti e senza redditi che diventano, così, le nuove unità imprenditrici nel settore dell'agricoltura. Da questo periodo in poi per Cerveteri la vita comincia a cambiare e a migliorare nel civile, nel sociale e nella cultura. Enti di bonifica vengono creati per aiutare i nuovi piccoli proprietari a bonificare le terre malariche e a dissodare quelle incolte fino ad allora adibite a pascolo. L'agricoltura riassume, dunque, il ruolo di primaria fonte di reddito per la popolazione e a questa si aggiungerà anche l'edilizia, per far fronte alle esigenze di una popolazione sempre in crescita. Negli ultimi trentacinque anni gran parte del territorio cerite, con riguardo per la fascia costiera è stato oggetto di una massiccia speculazione edilizia spesso insensibile alle reali caratteristiche paesaggistiche dei luoghi.

Nell'ultimo decennio l'attività edilizia si è concentrata maggiormente nelle zone agricole dando luogo ad un'intensificazione della presenza abitativa in tali aree anche non interessata all'attività agricola.

LE FRAZIONI E I PAESI DEL TERRITORIO CERITE

A circa 12 Km da Cerveteri e posta a 310 m s.l.m. sulle pendici del Monte Santo, si trova l'antica frazione di SASSO , la cui storia ha inizio in epoca preistorica e dove i romani si rifugiavano, dopo le campagne belliche, per rilassarsi e purificarsi nelle grandi strutture termali da loro costruite intorno alle sorgenti d'acqua calda. Il borgo, che conta meno di cento abitanti, è molto piccolo e non presenta una particolare struttura della rete stradale, anche se in epoca remota la sua posizione lontana dalla costa le conferiva il ruolo di “rifugio” per sfuggire dalla malaria.

Anche il borgo di Ceri aveva avuto in passato la stessa funzione di rifugio, oltre che di postazione a difesa dell'antica Caere. Arroccata su uno sperone di tufo (risanato nel 2000 con imponenti lavori di consolidamento su tutto il costone) Ceri ha un'unica via d'accesso che termina in corrispondenza della piazzetta centrale del paese su cui si affacciano le abitazioni.

A circa sette chilometri da Cerveteri, verso l'interno del territorio comunale, si incontra Borgo S. Martino, importante frazione agricola nata nel 1952 grazie alla riforma agricola e che oggi conta circa quattromila abitanti. La frazione di Borgo S. Martino comprende circa ottocento ettari di campagna suddivisa in poderi collegati tra loro da strade in minima parte non ancora asfaltate.

All'inizio degli anni '70, a seguito di un ritrovato e diffuso benessere, esplode il “boom” edilizio legato soprattutto alla concezione di possedere una “seconda casa” dove trascorrere le vacanze; nascono, così, i centri di Cerenova e Campo di Mare , che si estendono dall'Aurelia verso il mare, costruite, per la maggior parte, in stile “tunisino” caratterizzato da case in cemento armato ad uno o due piani disposte a scacchiera, con una rete viaria prevalentemente ortogonale: ampi viali della larghezza 15-20 metri attraversati da strade meno imponenti (8-10 metri di larghezza).

Sempre negli anni '70 nasce, a seguito di una lottizzazione convenzionata, la frazione di Valcanneto , sorta senza alcuna pianificazione territoriale (in destra del Fosso Valcanneto) senza tenere conto del vincolo idrogeologico.

I frequenti allagamenti che l'abitato subisce durante i periodi più piovosi sono dovuti, infatti, all'eliminazione degli impluvi naturali. Nel 2002 fa è stato realizzato un fosso di salvaguardia per cercare di risolvere tale problema. Le abitazioni sono costituite prevalentemente da villini a due piani e, subordinatamente, da palazzine a quattro piani, tutte in cemento armato. La rete stradale di Valcanneto è inadeguata per lo sviluppo che ha subito il centro abitato. Le strade sono strette, spesso senza uscita, senza sfogo su di un'arteria più ampia.