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a cura di Claudio Tescari

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Quanto sono lontane le donne e gli uomini del passato?

Fatti, personaggi e curiosità che ce li fanno sentire vicini.

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GHETANACCIO

Nel 1978, al Politeama Brancaccio, Gigi Proietti mise in scena una commedia di Luigi Magni incentrata sul burattinaio Ghetanaccio, un personaggio della Roma papalina entrato nella storia per la sua satira feroce e per le disavventure che gliene vennero.
Era nato nel 1782 nel rione Borgo Vecchio ed il suo nome era Gaetano Santangelo. In una città dove i teatri erano numerosi, quelli più popolari erano i teatri di marionette e per chi non si poteva permettere nemmeno quelli, c’erano i teatrini ambulanti dei burattini.
I personaggi ricorrenti erano (e sono ancora) Pulcinella, il Gendarme, il Diavolo e le maschere tipiche della commedia dell’arte quali Arlecchino, Pantalone, Brighella; ma a Roma il protagonista era Rugantino, con la sua eterna fidanzata, la serva ed altri personaggi di contorno, frutto dell’inventiva di ciascun burattinaio. E Ghetanaccio si identificava con Rugantino, tanto da non perdere mai un’occasione per mettere in ridicolo la classe dominante (clero, nobiltà, diplomatici e ricchi borghesi).
Con in spalla il “castelletto”, raggiungeva le piazze più affollate, di preferenza Piazza Navona, per mettere in scena le sue rappresentazioni, sempre legate alla cronaca cittadina od alla vita quotidiana del popolo romano. Ancora oggi, per far parlare i loro personaggi con la caratteristica vocetta stridula, burattinai usano tenere in bocca la “pivetta“ (detta anche franceschina), un antico strumento formato da due pezzetti d’osso o di latta tenuti insieme da una cordicella, che modifica il tono della voce.
A Ghetanaccio capitava spesso di inghiottirla e se non la espelleva da solo dalla trachea, doveva ricorrere all’intervento dei chirurghi oppure, se era finita nell’esofago, aspettare un giorno o due per poterla recuperare, lavare bene e riutilizzare.
Un giorno, dopo aver acquistato da un “pizzicarolo” un panino per il suo pranzo, discutendoci animatamente per il peso e per il prezzo, Ghetanaccio alzò il suo teatrino davanti alla bottega, nella piazza di San Carlo al Corso, e mise in scena un Rugantino piangente: “Pecché piagni tanto?” chiede il pubblico radunatosi e Rugantino rispose che una zingara gli aveva predetto un destino infame per i suoi tre figli.
Il primo sarebbe morto ammazzato, il secondo sarebbe diventato un assassino ed il terzo avrebbe fatto il ladro. Entra in scena un burattino alato (un Genio o forse un angelo) che suggerisce allo sconsolato Rugantino di far fare al primo figlio il militare di professione, così che la morte fosse per la patria ed onorata; il secondo poteva far fare il medico, così che poteva uccidere senza pagarne le conseguenze, mentre al terzo poteva farlo diventare un “pizzicarolo”, che rubare sul peso era cosa normale!
Nel 1823, l’ambasciatore di Spagna ricevette la notizia di una vittoria riportata dall’esercito nel suo Paese; immediatamente organizzò dei festeggiamenti e fece celebrare un Te Deum di ringraziamento.
Un paio di giorni dopo si venne a sapere che la notizia era falsa e che la battaglia era stata persa, non vinta. Ghetanaccio si presentò in Piazza di Spagna col suo castelletto e la rappresentazione ebbe inizio: c’erano Rugantino e la sua serva, di nome Vittoria, che ricevono la visita di Pulcinella, il quale ha una lite con Rugantino e lo riempie di bastonate. Il povero Rugantino chiede aiuto alla sua serva e quindi, mentre le prende, continua ad urlare “Vittoria! Vittoria!”.
Una volta accadde che, in seguito alla denuncia di un eminente personaggio sbeffeggiato in pubblico, Ghetanaccio si vide sequestrare gli attrezzi del mestiere e fu costretto a chiedere udienza a Monsignor Governatore per riavere il castelletto ed i burattini. L’alto prelato gli fece una ramanzina e lo invitò a cercarsi un lavoro più onorevole. “Ma quale mestiere devo fà, Eccellenza?” chiese Ghetanaccio ed il porporato gli rispose: “Un mestiere qualsiasi; ma ricordati che devi impegnarti, affaticarti. Anche io che sono qui con questo abito, mi affatico tutto il giorno”. “E allora datemene uno puro a me de sti vestiti paonazzi e vedrete che faticherò!” fu la risposta del burattinaio.
Tale era la fama di Ghetanaccio in tutta Roma che anche la buona società lo ingaggiava per allietare i ricevimenti e le feste. La volta che dovette esibirsi a Palazzo Farnese, l’Ambasciatore di Francia gli chiese di limitare i lazzi volgari e specialmente di non fare “pernacchie”. Alle rimostranze di Ghetanaccio che non intendeva eliminare questo suono che sempre divertiva il suo pubblico, gli fu concesso di farne una ed una sola.
All’inizio della serata, il maggiordomo annunciava l’entrata di ciascun invitato ed infine quella del padrone di casa: “Sua Eccellenza l’Ambasciatore del Re di Francia” a cui seguì una delle più sonore “pernacchie” mai udite. L’ambasciatore si alterò e chiese il motivo di un tale sberleffo: “Una sola ce n’avevo e ce stava bbene proprio a sto punto!” chiarì Ghetanaccio.
Il 1825 fu un Anno Santo e per l’intera sua durata furono vietati tutti gli spettacoli, anche quelli dei burattini. Ghetanaccio andò in piazza San Pietro e stese su un lenzuolo i suoi burattini, implorando i pellegrini: “Fate la carità a ‘sta povera famija n’mezzo a na strada!”. Ma poi fu costretto ad impegnare le sue “creature” per darsi al commercio dei santini e delle coroncine del Rosario. Terminato l’anno giubilare, Ghetanaccio riprese i suoi burattini e tornò ad animare le piazze con la sua satira e le sue battute al veleno, da vero “Pasquino” ambulante quale fu.

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