FRA' DOLCINO E MARGHERITA
Dai Donatisti ai Catari, dai Manichiei ai Valdesi, dagli Ariani ai Monofisiti, la lotta contro gli eretici ha impegnato la gerarchia della Chiesa cattolica in tutta la sua storia.
La repressione delle eresie è stata coronata da successo finché ha avuto l'appoggio del potere politico. Gli imperatori, i re ed i nobili hanno preso le armi per difendere la “vera fede” ed hanno sparso fiumi di sangue dei loro sudditi che avevano messo in discussione non soltanto il potere della gerarchia ecclesiastica ma anche il loro.
Il grande scisma tra Cattolici ed Ortodossi potè accadere sotto la protezione dell'imperatore Bizantino, l'autonomia della Chiesa d'Inghilterra fu proclamata dal re Enrico VIII, la diffusione della Riforma protestante avvenne grazie alla protezione accordata a Lutero dai Principi elettori in Germania; questi sono degli esempi di come i dissidi politici con la Chiesa di Roma abbiano consentito l'affermazione di dottrine religiose diverse da quella Cattolica. Inoltre, il successo dei predicatori di dottrine “eretiche” ha avuto spesso le radici nel malcontento popolare che era preesistente alla diffusione delle varie eresie. In tal senso è rappresentativo il caso degli Apostolici .
Fondatore di questa setta fu Gerardo (o Gherardo) Segarelli, un contadino nato ad Ozzano Taro nei dintorni di Parma, che nel 1260 chiese di entrare nell'Ordine dei Frati Minori francescani, ma vi fu rifiutato. Tuttavia, infervorato dalla lettura dei Vangeli e dall'esempio di San Francesco, Segarelli vendette la propria modesta casa, donò il ricavato ai poveri, vestì una semplice tunica ed iniziò a predicare una vita di preghiera e di povertà estrema, ad imitazione degli Apostoli e della Chiesa delle origini.
In breve il suo modello di vita fu imitato da altri e il gruppo si autodefinì dei “ minimi ”, in contrapposizione ai minori Francescani ed ai Domenicani che, a loro dire, avevano tradito il pensiero dei rispettivi Santi fondatori.
La denominazione di Apostolici fu assegnata alla setta dai cronisti dell'epoca (il francescano Salimbene da Parma, l'inquisitore domenicano Bernardo Gui ed altri) che ci descrivono il comportamento dei seguaci di Gerardo: essi rifiutavano l'elemosina in denaro ed accettavano solo offerte alimentari che consumavano per le loro necessità e condividevano il resto con gli altri poveri. In cambio offrivano preghiere, manodopera gratuita ed assistenza ai malati.
Non ritenevano necessaria alcuna gerarchia, talché Gerardo Segarelli rifiutò sempre di essere considerato il capo del movimento.
Gli Apostolici avevano solo gli abiti che indossavano e predicavano nelle piazze e talvolta nelle Chiese, dove annunciavano l'avvento imminente del regno di Dio, di una nuova era senza poteri politici e religiosi ed invitavano i fedeli a fare penitenza. “Penitenziagite” (poenitentiam agite) era il loro motto. Molte furono le giovanette e le donne che entrarono a far parte degli Apostolici, forse perché in questa setta avevano anche loro la possibilità di predicare e di essere protagoniste.
Per alcuni decenni Segarelli ed il suo movimento furono prima ignorati, poi denigrati e snobbati, insomma lasciati a se stessi.
Il popolo di Parma e delle città vicine era colpito dalla serietà e dalla coerenza degli Apostolici, li seguiva e li sosteneva, più di quanto non facesse con gli Ordini dei Francescani e dei Domenicani.
Però, dopo che gli Apostolici ebbero più volte rifiutato l'ordine dei Pontefici romani di rientrare in seno alla Chiesa, tramite l'adesione ad uno degli Ordini riconosciuti, ebbero inizio gli interventi della Santa Inquisizione che interrogò, torturò, processò e condannò gli esponenti di spicco degli Apostolici.
Il 18 luglio 1300, regnante il Papa Bonifacio VIII, Gerardo Segarelli fu arso vivo sul rogo in una piazza di Parma.
Ma la setta non morì con lui. L'eredità di fede venne raccolta da un uomo pieno di capacità e di carisma: Dolcino da Novara . Costui era nativo di Prato di Romagnano, piccolo paese della novarese Val Sesia, forse figlio di un curato di campagna, dal quale apprese a leggere e scrivere.
Non è accertato che fosse un religioso e l'appelativo di “Frà” gli derivò dalla fratellanza praticata tra gli eretici.
Dopo aver riorganizzato il movimento Apostolico in Emilia, per sfuggire all'Inquisizione, Dolcino ed i suoi seguaci furono costretti a spostarsi in Trentino, accolti da un possidente di nome Alberto da Cimego.
Ad Arco conobbe la bellissima Margherita Boninsegna che divenne sua seguace e compagna di vita di Dolcino fino all'ultimo. Anche il Vescovo di Trento si attivò per perseguire gli eretici, mandandone tre al rogo, talché gli Apostolici furono costretti a spostarsi in Lombardia.
Grazie all'appoggio dei Ghibellini che facevano riferimento a Matteo Visconti, i dolciniani attraversarono la regione da Brescia alla Bergamasca, al Comasco. Molti altri perseguitati per eresia si uniscono a Dolcino: Patarini, Valdesi, Catari e seguaci di Arnaldo da Brescia. Anche Longino Cattaneo, bergamasco ed esperto militare, si aggrega ai dolciniani quale emissario del Visconti, ma ben presto diviene un acceso sostenitore di Dolcino e membro della setta.
La missione originale di Longino era di fornire armi agli Apostolici, istruirli militarmente e condurli nei monti del novarese, per creare difficoltà ai Guelfi di Vercelli e di Novara, avversari del Visconti, Duca di Milano.
Così Dolcino tornò tra le sue montagne e la sua gente, che già da tempo combatteva i feudatari Conti di Biandrate ed i Vescovi di Novara e Vercelli.
Gli Apostolici giunsero a rinforzare le forze ribelli e vennero ben accolti ed ospitati.
La predicazione di Dolcino sollevò grandi speranze di rinnovamento e di affrancamento dal dominio dei nobili e degli ecclesiastici, sicché l'accoglienza popolare fu entusiastica e crebbe il numero dei convertiti all'eresia.
La reazione di Raniero degli Avogadri, Vescovo di Vercelli, fu di assoldare un esercito professionale per porre fine alla rivolta e debellare gli eretici, ottenendo anche dal Papa che la sua guerra personale fosse equiparata ad una Crociata.
Nel 1304, Dolcino con 4000 seguaci fu costretto a ritirarsi nell'alta Val Sesia, prima sul monte Balme, poi sulla “Parete Calva”, oggi noto come Varca Monga, dove creò ricoveri e fortificazioni per i suoi.
Da quest'imprendibile posizione, Dolcino e Longino organizzavano spedizioni nel fondo valle, alla ricerca di viveri per la comunità. Si dedicarono anche al saccheggio delle Chiese ed al sequestro di persone facoltose, tra le quali il podestà di Varallo, per la cui liberazione ottennero cospicui riscatti. Ma anche queste fonti di sostentamento, rapina dopo rapina, si vennero esaurendo ed i dolciniani si dovettero ritirare ancora più a nord, passando dalla Parete Calva al Monte Rubello, con una marcia estenuante tra la neve di un inverno nevoso e particolarmente rigido. Era il marzo del 1306.
Gli stenti e le defezioni ridussero ad un migliaio i seguaci di Dolcino, animati però dal medesimo spirito combattivo.
Ripresero le scorrerie per approvvigionarsi nei territori di Trivero e Mosso, mentre venivano realizzate nuove fortificazioni, scavato un pozzo, trincee, gallerie e realizzati camminamenti per la difesa del monte Rubello.
L'esercito vescovile bloccò i sentieri d'accesso al monte e strinse la cintura d'assedio attorno agli eretici.
Dolcino si dimostrò un abile comandante ed un esperto di guerriglia, tendendo agguati, portando attacchi di sorpresa agli accampamenti avversari e portando a compimento un tranello ingegnoso.
Ad un paio di prigionieri fu dato ad intendere che i dolciniani si stessero ritirando ulteriormente, quindi furono lasciati liberi dai loro custodi. Appena informati, i soldati si mossero e raggiunsero le fortificazioni dei ribelli dopo il tramonto; reputando imprudente penetrare col buio nel fortilizio, decisero di attendere l'alba all'addiaccio. Era il mese di maggio, ma il monte Rubello è alto 1400 metri e quella fu una notte di pioggia.
Alle prime luci, Dolcino ed i suoi uscirono dai nascondigli e fecero strage degli intirizziti aggressori, con l'accortezza di catturare gli ufficiali. Per la liberazione di questi, fu versato un ingente riscatto in viveri ed in denaro, che consentì ai dolciniani di continuare a resistere.
Il vescovo di Vercelli si vide costretto a chiedere un intervento di soccorso a Papa, che pose la “Crociata” sotto il comando dell'Arcivescovo di Milano. L'assedio si fece più stringente, furono bloccate tutte le vie di fuga e l'inverno del 1307 fece il resto. Senza più viveri, stremati dal freddo, bloccati da ogni parte, i dolciniani superstiti tentarono di sfondare le linee d'assedio.
Il 23 marzo 1307, era giovedì Santo, si giunse allo scontro finale sul pianoro di Stavello. I ribelli furono inevitabilmente sconfitti e i 140 superstiti furono fatti prigionieri: tra questi erano Dolcino, Longino e Margherita, che avevano condiviso con Dolcino tutte le avventure e le peripezie.
Furono posti in catene e trascinati in prigione a Vercelli, dove attesero per tre mesi il loro destino, che doveva essere deciso direttamente dal Papa.
Il loro rifiuto a pentirsi e ri-convertirsi, cioè la loro perseveranza nell'eresia li condusse ad una morte atroce.
Il Papa Clemente V decretò il loro supplizio e la condanna al rogo. Per prima, fu Margherita ad essere arsa viva, sulle rive del fiume Cervo, alla presenza di Dolcino e di una gran folla giunta dalla vicina Vercelli.
Il supplizio di Longino avvenne a Biella, dopo spaventose torture, con ferri arroventati, praticate al condannato di fronte al popolo, prima del rogo. Il 1 ° giugno 1307 , a Vercelli, ebbe luogo l'esecuzione di Dolcino. 
Fu legato in un carro e condotto per la città, mentre il boia arroventava le tenaglie su di un braciere e gli strappava brani di carne, le orecchie, il naso e financo i genitali. Era ancora vivo quando fu posto sulla pira e gli fu dato fuoco.
Le atroci barbarie a cui furono sottoposti i capi dell'eresia, furono praticate contro alcuni dei loro seguaci.
Altri riuscirono a scampare al rogo rinnegando la fede eretica, ma finendo i loro giorni in prigione. Altri ancora evasero dai luoghi di detenzione e si dispersero tra i monti. La dottrina degli Apostolici, però, non finì con la morte di Dolcino, dato che fu necessario che la Chiesa riproponesse la condanna dell'eresia nei sinodi di Treviri (1310), di Spoleto (1311), di Lavaur (1365) e di Narbona (1374).
Ancora attorno al 1350, furono bruciati sul rogo 22 Apostolici, seguaci di Dolcino. Tuttora lo spirito libero incarnato da Dolcino affascina ed il suo ricordo è tenuto vivo nei luoghi che assistettero alle sue gesta.
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