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a cura di Claudio Tescari

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Quanto sono lontane le donne e gli uomini del passato?

Fatti, personaggi e curiosità che ce li fanno sentire vicini.

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ER PIU' BULLO DE LI BULLI

"C'è chi dice che sò un prepotente, perché sò un bullo, sò gajardo e bello, ma nun m'emporta, nun me serve gnente, chi vò parlà cò me, cacci er cortello. So conosciuto a 'gni commissariato, a Trevi, a Ponte, ar Celio, ar Viminale, all'Isola ciò fatto er noviziato e adesso ognuno m'ha da rispettà!.". Così inizia la macchietta di Giggi er bullo scritta da Ettore Petrolini e rappresentata per la prima volta a Roma il 16 aprile 1903, nel caffè concerto Gambrinus e successivamente divenuta un cavallo di battaglia del grande comico romano. Il testo prosegue illustrando la filosofia di vita del bullo: " Io sò ammonito e sorvejato, sò stato 12 o 13 vorte carcerato e ar manicomio criminale. E mica me vergogno de dillo, pé gnente, anzi me n'avanto. E' pe questo che le regazze me vonno bbene, perché s'accorgheno che ciò un po' de fegato. A me m'hanno da lascià perde, perché io puzzo e puzzo forte". Certo tra il pubblico plaudente del teatro Manzoni, dove l'attore era di casa, ci saranno stati anche i veri bulli con le loro compagne -le fardone, così indicate per via delle ampie falde dei loro cappelli- bulli che non si offendevano della satira feroce di Petrolini, perché Giggi era solo un bulletto, un Rugantino gonfio di chiacchiere, mentre loro facevano i fatti e. i fattacci. Ma siamo al tramonto dell'epoca dei bulli: la Grande guerra porrà fine alla Belle Epoque, all'Europa degli imperi centrali, al romanticismo ottocentesco a cui si ispiravano le imprese "epiche" dei bulli storici. Il bullo ottocentesco aspirava ad una posizione di preminenza nel suo rione, operando in protezione dei deboli e dei poveri, dirimendo questioni d'onore e d'interesse, facendo da paciere in molti tipi di contese. Certo aveva sempre con se ed usava volentieri la molletta , la lama a serramanico di 24 centimetri con la quale si batteva in duello con altri bulli o respingeva i paini che lo assalivano a tradimento. Non passava una sola nottata che all'Ospedale della Consolazione i chirurghi non avessero qualche ferita da ricucire, ma troppo spesso ci scappava il morto sulla strada o per dissanguamento, durante il trasporto in ospedale.

Tra i bulli e la malavita non c'era confusione, erano due mondi, due ambienti in eterno conflitto.
Infatti, i bulli non si consideravano dei malviventi, bensì dei cavalieri, degli eroi; si sentivano eredi degli antichi romani, affermavano che nelle loro vene scorreva sangue troiano, che erano discendenti di Enea. Sangue d'Enea! era una loro imprecazione, storpiata in "sangue d'Inea", frase dalla quale proviene er Tinea, il soprannome di colui che fu conosciuto come " Er più " di Trastevere. Il suo vero nome era Romeo Ottaviani ed era nato a Roma -ovviamente- e stava di casa a vicolo del Cinque. Era un giovanottone alto e robusto, cresciuto in un rione che fu una fucina di bulli e quindi ne assorbì il modo di essere e fu testimone di innumerevoli fatti di sangue. Il delegato di pubblica sicurezza Ripandelli, per evitargli di finir male, lo raccomandò per un lavoro alle Regie Poste e il nerboruto Romeo divenne un fattorino alla sede di piazza San Silvestro. Ma una sera del 1898, finito il lavoro, in via Fratina s'imbatté in un energumeno che picchiava una donna. Subito s'intromise a difesa della ragazza ma l'uomo lo insultò e lo minacciò con la molletta. Er Tinea lo atterrò con uno sganassone e gli "proibì" di far del male alla ragazza, anche se aveva riconosciuto nell'aggressore Er Malandrinone, un protettore famoso e capo di una sessantina di papponi con i quali controllava una gran parte della prostituzione romane. La stampa rese noto l'episodio e fece del Tinea un nuovo eroe popolare, seguendolo in tutte le sue "imprese " e rendendolo famoso. Tinea lavorò come "maschera" in teatri e locali, un buttafuori che faceva paura a qualsiasi facinoroso. Una sera ci si provarono in dodici, con un agguato al quale Er Più -disarmato in quel caso- dovette far fronte con la fuga; ma la sua corsa ebbe termine quando la fila degli assalitori si era diradata. Al primo che sopraggiunse dette un pugno che l'atterrò, gli tolse il coltello e si fece incontro agli altri: fece in tempo a ferirne solo due perché gli assalitori si dileguarono.
Un altro agguato gli fu teso sotto casa. Lo chiamarono con una scusa, ma fu Nicola, il fratello del Tinea, a scendere per vedere di che si trattava. Fu ucciso a coltellate nel buio dell'androne, scambiato per Romeo.

Un tizio noto come "Er Bassetto" che Tinea aveva maltrattato in prigione -anche Er Più si faceva dei mesi di galera ogni tanto- si vendicò facendogli un taglio sulla guancia mentre dormiva e lo "sfregio" era il massimo delle offese. Uscito "dar Coeli", Er Più cercò ostinatamente Er Bassetto ed evidentemente lo trovò, perché fu rinvenuto morto per un'unica coltellata, inferta con grande forza.

Una sera all'inizio di aprile del 1910, una carrozzella trasportò un ferito all'ospedale della Consolazione, un gigante che aveva intriso col suo sangue tutta la tappezzeria della "botticella". Gli infermieri lo sollevarono faticosamente e lo trasportarono sul tavolo operatorio dove il chirurgo constatò che non c'era più nulla da fare. Fu un infermiere a identificarlo nel Tinea.

Er Più era stato ferito a tradimento da un gobbetto noto come Sartoretto.
Al funerale der Più partecipò tutta la Roma bulla, una gran folla di amici, nemici, curiosi, cronisti e. poliziotti.
Con la morte, Er Più evitò di essere testimone del declino del suo mondo.

Oggi di tutto questo fenomeno obiettivamente malavitoso rimane solo lo squallido bullismo di periferia, la cialtroneria descritta da Petrolini, una macchietta, una sottocultura appannaggio di ragazzotti emarginati, di piccoli criminali, dei malviventi che Pasolini dipinse magistralmente nei "Ragazzi di vita"; ma attenzione, la carica di violenza di tali pseudo-bulli resta notevolmente pericolosa.

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