La dominazione araba in Sicilia, la conquista di città come Taranto e Bari, gli insediamenti all’interno della penisola testimoniano la prolungata presenza degli Arabi in Italia nei secoli precedenti l’anno 1000.
Le loro tracce sono anche nei nomi geografici (Monte Saraceno) e di alcune località delle regioni centro meridionali (Mercato Saraceno, Castelsaraceno, Saracinesco).
Dalle loro basi costiere, i Saraceni si lanciavano in scorrerie nell’entroterra, il cui ricordo si ritrova ancora nella cultura popolare. Bande di predoni, sotto la guida di temibili capi quali “Apolaffar” (Abu Ja’far), “Massar” (Abu Ma’shar) o Sawdan al Mazari (cioè di Mazara del Vallo), devastarono e depredarono le città del Sannio, della Puglia ed i Monasteri di Montecassino, di San Vincenzo al Volturno, di Farfa. Risalendo gli Appennini saccheggiarono Nepi, Sutri, Rieti, Orte, Narni. Si installarono in Sabina, nella valle dell’Aniene, nel Lazio meridionale, creando degli accampamenti fortificati dai quali partivano per le loro razzie. Questa situazione si mantenne per oltre trent’anni. Precedentemente, nell’anno 846, si era formata un’armata islamica che nel mese di agosto aveva risalto il Tevere e dopo aver assalito la Basilica di San Paolo, mise a sacco la Basilica di San Pietro, portandosi via un ingentissimo bottino e persino l’Altar maggiore. In tutti quegli eventi, la reazione da parte dei Papi, degli Imperatori, dei Bizantini o dei Duchi longobardi fu debole per mancanza di coesione e per la difficoltà di intercettare un nemico estremamente mobile e con basi saldamente fortificate o arroccate su posizioni imprendibili. Solo nel 915, il papa Giovanni X mise in atto una decisa azione diplomatica con la quale riuscì a raccogliere una lega con forze adeguate, formata da Adalberto margravio di Toscana, dai duchi Alberico di Spoleto, Atenolfo di Benevento, Landolfo di Capua, Docibile di Gaeta, Gregorio di Napoli, Guaiamaro di Salerno e dall’ammiraglio bizantino Nicolò Picingli, oltre alle truppe formate dai nobili romani e dei territori soggetti al papato. L’obiettivo erano i Saraceni stanziati alla foce del Garigliano. L’armata cristiana si radunò nel giugno del 916 ed attaccò dalla terra e dal mare l’antica città romana di Minturnae in cui –tra le rovine dell’anfiteatro- si erano asserragliati i Saraceni, anche quelli scacciati dagli altri covi del Lazio. L’assedio durò un paio di mesi. Nel mese di agosto, infatti, disperando di ricevere rinforzi ed aiuti dai correligionari di Sicilia, gli assediati tentarono una sortita per cercare di raggiungere le zone montagnose, ma furono fermati ed accerchiati dalle truppe cristiane. Fu una strage! Furono sterminati i “pirati” e le loro famiglie, vecchi, donne e bambini. Certo una vendetta per gli atti di brigantaggio subiti per troppi decenni, ma che –al solito- fu celebrata come una vittoria della vera fede. Oggi, le rovine dell’anfiteatro romano testimone della battaglia, accanto alla zona archeologica di Minturnae, sono in un parco di proprietà privata, con tanto di piscina.
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