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a cura di Claudio Tescari

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Quanto sono lontane le donne e gli uomini del passato?

Fatti, personaggi e curiosità che ce li fanno sentire vicini.

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UN GIORNO ALLE CORSE
(NEL CIRCO MASSIMO)

Gli eccessi degli ultras sono oggetto della riprovazione di tutti gli altri appassionati di sport.
Oggigiorno come nel passato. Il fenomeno della tifoseria violenta risulta oggetto di condanna in molti testi latini, in relazione ai disordini che si verificavano durante e dopo le corse di carri nel Circo, a Roma come nelle più periferiche province.
La passione dei Romani per le gare equestri risale al tempo della monarchia e della neonata repubblica.
Le scuderie (factiones) erano inizialmente solo due: i rossi (factio Russata) ed i bianchi (factio Albana), legate rispettivamente all’estate ed all’inverno, essendo i giochi del Circo indissolubilmente legati alle feste religiose.
Il carattere sacro delle corse era tale che al pubblico era vietato consumare cibi e bevande mentre assistevano alle gare. Lo stesso Ottaviano Augusto, mentre presenziava allo spettacolo nel Circo Massimo, ebbe a rimproverare uno spettatore del settore riservato ai “cavalieri” perché lo vide mangiare e bere durante una pausa tra una corsa e l’altra.
L’equites gli rispose: “Cesare, se ti allontani dal tuo posto, tu lo ritrovi libero!”. E siamo in all’epoca in cui il Circo conteneva già 150 mila spettatori. Durante il periodo repubblicano, si erano formate le altre due factiones degli azzurri (factio Veneta) e dei verdi (factio Prasina), anch’esse collegate alle stagioni: autunno e primavera.
L’Imperatore Domiziano, nel primo secolo dopo Cristo, introdusse due nuove fazioni con i colori di Roma, porpora ed oro, ma non attecchirono nel cuore degli appassionati e cessarono di esistere alla morte di Domiziano.
Le scuderie dei Verdi e degli Azzurri divennero le più amate dai Romani, le più ricche e con i cavalli e gli aurighi migliori, tanto che nel tardo impero i Bianchi confluirono nei Verdi ed i Rossi vennero assorbiti dagli Azzurri.
Nel Circo di Costantinopoli, dopo la divisione dell’Impero ed ancora per alcuni secoli, le scuderie dei Verdi e degli Azzurri si contesero il favore del pubblico e divennero quasi due movimenti politici in lotta tra di loro, persino su argomenti teologici.
Per gli antichi Romani, andare ad assistere alle gare risultava una vera fatica: per trovare posto si recavano al Circo Massimo prima dell’alba e vi rimanevano fino al tramonto, sotto il sole estivo oppure al vento di tramontana. E non c’era il “velario” come al Colosseo a garantire un po’ d’ombra o riparare dalla pioggia.
La giornata iniziava con l’ingresso della Pompa circenses, la processione che, proveniente dal colle Capitolino, trasportava le immagini e le statue degli Dei a cui erano dedicati i giochi, per collocarle nel Pulvinar, il palco dal quale gli Dei (e l’Imperatore) assistevano alle corse, costruito a ridosso del Palatino, all’altezza del traguardo.
Nel frattempo nelle 12 stalle sul retro dei carceres, la costruzione che occupava il lato rettilineo verso il Tevere, si predisponevano i carri per la prima gara, procedendo all’estrazione a sorte dei posti di partenza.
All’uscita dai cancelli dei carceres, i concorrenti si allineavano su una linea arcuata che doveva compensare il vantaggio di quelli più vicini alla spina, il corpo centrale che divideva in due l’arena e che era stato costruito leggermente obliquo, per rendere più difficoltosa la curva attorno alla meta. Il magistrato che aveva organizzato –e pagato- i giochi circensi di quel giorno, dava il segnale di partenza dall’alto dei carceres, lasciando cadere la mappa, un pezzo di tela bianca.
Solo nel tardo Impero, la partenza fu data anche con uno squillo di trombe, per evitare che i conducenti dei carri (gli aurighi) dovessero girarsi per vedere la caduta della mappa. Alla partenza, i carri si contendono la parte sinistra della pista, accanto alla spina, anche se dopo 500 metri devono affrontare la curva a sinistra della meta per ultimare -dopo gli altri 500 metri- lo spatium, il primo dei sette giri di pista previsti per ciascuna gara.
Una corsa di sette chilometri tirata fino allo spasimo, il clamore del pubblico, le reciproche scorrettezze degli aurighi, gli incidenti, il grande giro delle scommesse clandestine, sono queste le emozioni del Circo che ne hanno motivato il successo plurisecolare. Una ricostruzione fedele della corsa e dell’atmosfera nel circo, si trova nel kolossal Ben Hur, un film che raccolse un grande successo di pubblico e fece man bassa di premi Oscar.

Gli aurighi vestivano una corta tunica del colore della fazione, con un corsetto a strisce di cuoio ed un caschetto. Per avere le mani libere, essi legavano le redini attorno alla vita e portavano nella cintura un falcetto con cui tagliarle in caso di incidente (detto naufragio); solitamente, gli aurighi erano schiavi o pregiudicati di estrazione popolare. Infatti, al vincitore della corsa, che in epoca repubblicana si premiava con una corona d’alloro o un ramo di palma, veniva concesso l’affrancamento dalla schiavitù oppure –se già libero cittadino- riceveva dei doni di valore od anche somme di denaro.
Cospicue entrate derivavano all’auriga dalle percentuali sulle scommesse, tanto che i più bravi divennero ricchissimi, come il campione di nome Diocle, il quale vinse circa 3 mila corse di bighe e millecinquecento di quadrighe, ritirandosi dalle gare con 35 milioni di sesterzi. Altri campioni, il cui nome è giunto fino a noi, sono Scorpus (vincitore di 1042 corse), Pompeo Epafrodito (primo in 1467 gare), Pompeo Musclosus (ben 3559 vittorie).
Per altri motivi è famoso anche Ierocle, un auriga che nel 221 d.C. sposò l’imperatore Eliogabalo, dopo che questi aveva divorziato da una vergine Vestale.
Sono noti anche i nomi di alcune delle vittime del Circo Massimo: Marco Aurelio Molliccio, morto a 20 anni, dopo 125 vittorie; Tusco che fu vincitore di 56 corse, ma perse la vita a 24 anni; Crescente deceduto a 22 anni, dopo aver accumulato 1,6 milioni di sesterzi con i suoi numerosi successi.
I cavalli utilizzati nelle corse del Circo provenivano da allevamenti di varie parti dell’Impero: Spagna, Grecia, Nord Africa, ma anche dalla Sicilia e dall’Italia peninsulare, tutti rigorosamente dotati di un “pedigree” certificato.
Per le gare, si utilizzavano bestie di almeno quattro anni, che venivano bardati con pennacchi e collari coi colori della fazione, nonché con appesi amuleti contro la cattiva sorte. Il carro che dovevano trainare era abbastanza leggero: il corto pianale, il basso parapetto e le due ruote a 4 raggi erano in legno; l’asse era ribassato e al timone veniva legato un solo cavallo, a cui erano assicurati gli altri.
Nelle gare, i carri venivano trainati da un numero variabile di cavalli. Esisteva una denominazione per ogni tipo di tiro: ovviamente la biga (a due cavalli), la triga (a tre), la quadriga (a quattro), ma anche seiuges (tiro a sei), septeiuges e octoiuges con sette od otto cavalli, fino al decemiuges, per un tiro a dieci. Ma l’animale al quale si dedicava il maggiore addestramento era il cavallo che occupava il posto di sinistra del tiro, il quale guidava gli altri cavalli in tutte le curve attorno alle mete e che diveniva il prediletto delle tifoserie. I cavalli che superavano le 100 corse vinte erano detti centenarii ed erano celebrati con targhe in marmo e epitaffi sulle loro tombe. Ci sono pervenute iscrizioni celebrative dei cavalli Tuscus e Victor, vincitori di 386 e 429 corse, rispettivamente, quindi veri beniamini degli appassionati, disposti a scommettere su di loro anche cifre importanti.
Anche allora c’erano persone colpite dalla “febbre da cavallo”.

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