Processi brevi, ma non da annullare
Egregio direttore,
sulle motivazioni giuste circa l’opportunità e la necessità di dover legiferare per arrivare ai cosiddetti “processi brevi” e su quelle negative, altrettanto e forse con maggiori ripercussioni disastrose, ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori da politici, giornalisti, opinionisti ecc. . Così siamo giunti alla grande “boiata” dei paletti sulla durata dei processi e non solo per il futuro, ma la cosa aberrante è che vale anche per il passato, con quali conseguenze possiamo solo immaginarlo.
Come mai nessuno ha parlato o proposto modo e termini di come snellire i procedimenti giudiziari ? Occorre quindi prima d’ogni altra cosa riformare i codici di procedura penale e di procedura civile.
Dire ad un giudice che un processo deve durare meno di due anni è un’assurdità. Non perché occorrono più di due anni per un processo, ma perché il giudice per definirlo in tempo non ha le “armi” giuste. E’ come dire ad un boscaiolo: questa pianta devi abbatterla entro stasera, ma se sai che oggi egli non ha gli attrezzi adatti stai pur certo che la pianta non sarà abbattuta.
Faccio un paio d’esempi per snellire la giustizia: qualcuno tra i più semplici e qualcuno più complesso.
Oggi, una persona che è sorpresa a rubare in un negozio, o che investe un pedone sulle strisce pedonali, o che tampona altro veicolo causando feriti, o che è sorpresa a guidare in stato d’ebbrezza alcolica o di stupefacenti, ecc. ecc. viene fermata, identificata, denunciata a piede libero e, forse, dopo qualche giorno rinviata a giudizio. Il processo poi è fissato dopo mesi o addirittura oltre un anno. Per questi tipi di reati e quando l’indagato è certo basterebbe svolgere il processo per direttissima, nel giro di un paio di giorni, abolendo altresì la miriade di cavilli grazie ai quali, più delle volte, i legali d’ambo le parti fanno slittare ulteriormente i tempi.
Per non parlare dei reati d’accertata aggressione, violenza, stupro ecc. dove i tempi sono ancora più lunghi e non sappiamo il perché.
Altro esempio: una persona sottoposta ad un intervento chirurgico riporta dei danni fisici perché, purtroppo, durante l’operazione qualcosa è andata storta.
Dopo aver tentato inutilmente l’accordo stragiudiziale anche con la compagnia d’assicurazione del chirurgo e della clinica l’interessato ricorre alla giustizia.
Nel presentare l’atto di citazione il legale allega copia della cartella clinica. Il giudice, ovviamente, deve acquisire l’originale della cartella. La cosa più ovvia sarebbe quella di acquisirla nel più breve tempo possibile, anche per evitare correzioni o manipolazioni.
Invece l’acquisizione è disposta a distanza di mesi e concedendo mesi di tempo alla Polizia Giudiziaria incaricata di provvedervi, altri mesi per dire alle parti che è stata acquisita la cartella, altri mesi per visionare la perizia di parte, altri mesi per accordare la perizia che chiede la controparte, altri mesi per disporre la perizia del consulente d’ufficio, poiché le prime due non convergono, altri mesi per consentire alle parti di prendere visione della perizia del ctu..
Senza contare le possibili eccezioni sollevate di volta in volta dal legale di controparte ed altri mesi concessi dal giudice alle parti per farli arrivare ad un accordo e senza contare, che più delle volte, durante questo lungo iter processuale è cambiato il giudice anche due o tre volte.
Passano così anni, tre, quattro, cinque e più anni prima di arrivare alla sentenza.
In Italia di questi esempi ve ne sono a decine di migliaia.
Se non viene quindi modificato il modo di condurre il processo vuol dire che dobbiamo rinunciare ad ogni forma di giustizia?
Speriamo di no e che i nostri falsi “dipendenti” (i parlamentari) ne tengano conto prima dell’approvazione definitiva della legge.
Martino Pirone
26 gennaio 2010 |