IL SILENZIO NON PAGA
Tacere riporta le donne su un terreno tragicamente arretrato.
L’emancipazione femminile, quella autentica, passa attraverso l’uso della parola resa pubblicamente
Maria Protopapa
Mi chiedo perché.
Come mai, ancora oggi, nel 2008 ci si ritrova a parlare di violenza sulle donne, consumata tra le mura domestiche, in un Paese come l’Italia che si autodefinisce civile.
A Trento oggi, come in Pakistan ieri. Circa nove anni fa’ Fakra, giovane donna pakistana, arrivava in Italia sfigurata in viso, con il labbro inferiore attaccato al torace, per effetto dell’acido che il marito le aveva gettato addosso e cominciava il suo calvario di interventi chirurgici per recuperare un aspetto - almeno esteriormente – accettabile.
Ed oggi? Ancora donne umiliate dalla prepotenza e dall’ignoranza maschile.
E’ solo di tre giorni fa’ la notizia di una ragazza trentina venticinquenne, anch’essa sfregiata in volto dall’acido ad opera del marito. Non si tratta si una storia esotica ma tutta italiana. E l’interrogativo rimane lo stesso: perché?
La lenta storia dell’emancipazione femminile si perde nella notte dei tempi ed, indubbiamente, segna tappe diverse a seconda del contesto socio-culturale di appartenenza.
Prendendo in esame la donna italiana e senza andare troppo lontano nel tempo, possiamo asserire che una delle prime e fondamentali rivalutazioni della figura femminile si è avuta con l’avvento del Cristianesimo. L’insegnamento cristiano ha attribuito pari dignità all’uomo ed alla donna, nella vita privata come in quella pubblica. Le donne, ad esempio, sono state le prime testimoni della Resurrezione di Cristo, in un’ epoca che non conferiva alcun valore alla testimonianza resa da esponenti del sesso femminile.
E così sino al secolo XIX, quando con l’enciclica Arcanum Divinae Sapientiae del 10 febbraio 1880 la Chiesa, con a capo Leone XIII, ribadisce sì l’autorità maritale ma la moglie “ deve essere soggetta ed obbediente al marito, non a guisa d’ancella, bensì di compagna, cioè in tal modo che la soggezione che essa a lui rende, non sia disgiunta dal decoro né dalla dignità”.
Purtroppo, è altrettanto vero che nel corso dei secoli lo stesso insegnamento cristiano è stato spesso e volentieri frainteso o – peggio – volutamente strumentalizzato nella società occidentale, tanto da relegare la donna ai margini della vita, all’ultimo gradino della scala sociale.
La lunga durata dell’apprezzamento dell’autorità maritale da parte dei periodici cattolici si è espressa esplicitamente, ad esempio, nei “casi” coniugali di lettori e lettrici che chiedevano conforto a padre Attanasio, consigliere spirituale di Famiglia Cristiana. Ecco la risposta - datata 1959 - ad un marito pentito di aver picchiato la moglie, colpevole di usare un linguaggio aperto e sboccato con le comari davanti ai bambini: “lei non è stato un vile ma uno zelante energico …Meglio due ceffoni che lasciano il segno in faccia e un ricordo forse indelebile che la rovina dell’innocenza dei bimbi…Il grande moralista S, Alfonso sentenziava così:” Al marito è lecito qualche volta castigare moderatamente la moglie con parole o anche con discrete percosse, quando ci sia una grave causa”. Negli anni Cinquanta nella catechesi di massa di Famiglia Cristiana il marito iroso, manesco, fedifrago, indegno, non rappresentava una rarità. Nei casi di eccesso di potestà correttive l’uomo veniva redarguito dal sacerdote ma la sposa cristiana non lo abbandonava, accettando con rassegnazione e dedizione il quotidiano martirio coniugale.
E così i talami violenti si configurarono, per la prima volta, come “questione sociale” quando, senza confini di fede e di ideologia, la scrittrice Fausta Cialente si chiese “Gli italiani bastonano le donne?”. Dopo questa accusa, Noi Donne, settimanale dell’Unione Donne Italiane, diede inizio ad un’inchiesta che metteva in luce il privato dei militanti comunisti dell’epoca. E’ il 1953: “Noi democratici non possiamo ammettere che un nostro compagno, militante di un partito avanzato, schiaffeggi la propria sposa o le rivolga parole insolenti, rientrando a casa per non aver trovato pronto, qualche volta, il pranzo o la cena o per un altro motivo della vita domestica …” - denunciava Ruggero Greco. Il pensiero comunista, in quel momento storico, si mostrò tutt’altro che accondiscendente verso i mariti che alzano le mani sulle proprie mogli e i dirigenti di partito non persero occasione per ricordare che la politica comincia proprio a casa. Anche per gli abbrutiti dalla miseria e dalle durezze della vita il detto “non si batte una donna, nemmeno con un fiore” doveva diventare, nelle loro indicazioni, prassi quotidiana e, in quest’ottica, si volle abbracciare “l’iniziativa di una vasta azione militante per creare stati d’animo di vergogna e di rimorso in chi leva il braccio contro le donne”.
Considerata sesso debole, sfruttata, usata ed abusata da chi, sotto le mentite spoglie di una protezione nonché di una superiorità patriarcale, la considerava proprietà privata, esercitando su di lei “diritti” spesso istituzionalmente riconosciuti: questa, per lungo tempo, è stata la realtà delle donne italiane. Ma, anche sotto il profilo normativo, di acqua sotto i ponti ne è passata. E’ il 1919 quando viene approvata la legge n. 1176 del 17 luglio sulla capacità giuridica della donna che, all’art. 7, sancisce l’ammissione delle donne “a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti pubblici impieghi”. Grazie a questa normativa, Lidia Poet, prima laureata in legge d’Italia, potè indossare la toga di avvocato. Furono necessari, però, ben trentacinque anni dal lontano 18 aprile 1884, quando anche la Cassazione di Torino, uniformandosi ai dinieghi della Corte d’Appello, aveva espresso parere sfavorevole alla richiesta d’iscrizione all’albo degli avvocati del collegio torinese da parte della Poet. Negli anni proliferarono le opposizioni contro la presa di posizione della Corte d’Appello torinese che esortava le donne “a riflettere se sarebbe veramente un progresso ed una conquista per loro quella di potere mettersi in concorrenza con gli uomini, di andarsene confuse fra essi, di divenire le uguali anziché le compagne, siccome la Provvidenza le ha destinate”.
L’abolizione del delitto d’onore, - con i quali mariti ed amanti mettono fine e veri o presunti adulteri - l’inserimento nel mondo del lavoro, prima, e delle professioni, poi, e la conseguente autonomia economica, l’innalzamento del livello culturale, la più vasta scolarizzazione, e non solo, segneranno ulteriori passi in avanti verso l’emancipazione femminile. I forti conflitti sociali del secolo scorso, le guerre, le tensioni del secondo dopoguerra sino ad oggi, hanno visto un filo conduttore che ha portato sempre maggiori progressi a favore delle donne, maggiori tutele. Donne in prima linea tra le file partigiane ieri, donne in carriera oggi, donne che occupano posti dirigenziali impensabili nella prima metà del secolo scorso. Gli anni ’60 e ’70, in particolare, hanno segnato svolte strategiche a favore del gentil sesso.
Eppure ancora oggi nel nostro Paese quasi quotidianamente vengono portati alla ribalta episodi di violenza sulle donne, quella più bassa, più bieca, quella che si consuma silenziosa - per riserbo, per vergogna, per paura o paradossalmente per amore, di chi ne è vittima o per cosa ? – tra le mura domestiche. Come è possibile? Dove sono le conquiste faticosamente ottenute se, ancora oggi, le donne accettano passivamente abusi e soprusi? Una volta la violenza poteva rappresentare un “fatto culturale” inevitabile e quasi “giusto” o quanto meno “giustificato”, esercitato da un padre-padrone o marito-padrone. Ma oggi? La risposta, probabilmente, si può imputare in parte – ma solo in parte – all’aumento di matrimoni misti in Italia, tra italiane e stranieri, magari appartenenti a culture e/o credo religiosi diametralmente opposti. Ma, come già detto, solo in parte soddisfa questa risposta. Ciò che più sconvolge è il grado culturale delle donne che subiscono violenza, senza neppure denunciarla. Non si tratta solo di donne straniere, emarginate, o di italiane sposate con stranieri, né tanto meno solo di donne di livello culturale medio-basso. Spesso, anche donne di elevato grado culturale subiscono violenza – in silenzio – tra le mura di casa. Perché non parlano? Perché le donne non denunciano questo squallido stato di cose? Anche in questo caso la risposta è solo a metà: magari “il senso della famiglia”, il convincimento più o meno radicato che i figli abbiano “comunque e a qualunque costo” bisogno di un padre, di una figura maschile in casa, anche se si tratta di una figura traballante, poco affidabile e – certo – da non proporre ai figli stessi come modello. Anche questa risposta non convince.
Allora, tentiamo una terza ipotesi. Forse motivi economici sono quelli che spingono a sopportare le violenze fisiche e psichiche, striscianti? Le difficoltà di cercare una nuova abitazione, forse anche un impiego, un mezzo di trasporto, un tenore di vita che sembrava conquistato, forse il crescente numero di coppie di fatto, non giuridicamente protette a sufficienza dall’istituto del matrimonio, che porta allo sbando la donna in caso di rottura del rapporto con il proprio compagno.
Un tempo, il matrimonio per le donne rappresentava non una libera scelta sentimentale bensì un percorso obbligato, condizione di sopravvivenza economica e sociale. Ma ancora oggi è forse così? Oppure – ecco la quarta possibile risposta – è solo paura, paura della solitudine, paura di rimettersi in discussione, paura di ricominciare tutto, azzerando quanto si era creduto di aver costruito e consolidato?
O forse la risposta è data da un mix di tutte quelle ipotizzate.
In ogni caso, né l’ambiguità, né la paura, né lo stato di soggezione rendono libere e serene le persone, tanto meno le donne. Qualunque tentativo di spiegazione rimane monco e l’unica via percorribile è quella di spezzare con coraggio la catena delle violenze, di denunciare pubblicamente gli abusi, per affrancarsi realmente da questo stato di schiavitù latente che – a quanto pare – è duro a morire. |