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PROTEZIONISTI O LIBEROSCAMBISTI:
IL DILEMMA DAVANTI A NOI PER L’AVANZARE DELLA DELOCALIZZAZIONE ALL’ESTERO

Avv. Agostino Cassarà

Esiste una terza via percorribile per governare l’outsourcing all’estero, che dopo aver riguardato i colletti blu, comincia a riguardare i colletti bianchi?

Il fenomeno della delocalizzazione all’estero (offshoring) del lavoro di “colletti bianchi” sta assumendo negli Stati Uniti e nei paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia, una dimensione preoccupante. Certo negli USA è un fenomeno più vecchio e di maggior dimensione, nella vecchia Europa è più recente e più modesto. Questo per la consueta sfasatura temporo-spaziale tra le due rive dell’atlantico che dal dopoguerra in poi fa sì che qualunque fenomeno o movimento di qualsivoglia genere nasce e cresce negli USA, poi si trasferisce o si riproduce in Europa (ed a volte nel resto del pianeta).
I lavoratori americani, prima, e quelli europei, dopo, hanno visto andare all’estero, soprattutto in Asia, produzioni come il tessile seguiti da molti settori della metalmeccanica e dell’elettronica, ma tutti ci siamo illusi che l’occupazione nei servizi sarebbe stata intoccabile. Invece programmazione di computer, call center, assistenza, controlli, redazione di bilanci e manutenzioni stanno migrando, soprattutto in India ed in Cina.
Si pensi, tanto per fare un esempio, che nel 2003 sono “migrati” ben 360.000 posti di lavoro da contabili dagli USA in India, dove il costo medio orario di un laureato in economia e commercio è il 5% del costo del collega americano. E non stiamo parlando del settore informatico/telecomunicazioni , dove il fenomeno è più esteso e radicato per l’enorme numero di ingegneri e tecnici informatici a basso costo disponibili in loco e per l’eccellente inglese oxfordiano parlato da tutti costoro: indiani o cinesi.
E non poteva non accadere: il libero mercato, in assenza di intervento statale o dirigistico in genere, alloca le produzioni lì dove costano meno, puntando solo al profitto, senza alcun riguardo per le condizioni più o meno disumane in cui versano i prestatori di lavoro. In India e Cina esista una manodopera intellettuale e specialistica a basso costo e priva di diritti; internet e la globalizzazione hanno fatto il resto.
Negli Stati Uniti già si sono mossi per contrastare il fenomeno: il partito democratico ha abbandonato la suo tradizionale linea liberoscambista, propone da tempo misure protezionistiche, accusa di tradimento gli imprenditori che delocalizzano, promette una revisione di tutti i trattati commerciali ed annuncia l’eliminazione della tassazione di favore per gli utili realizzati all’estero e rimpatriati, misura che incentiva la delocalizzazione. Anche il partito repubblicano ha preannunciato adeguati mezzi di contrasto al fenomeno dell’offshoring. Ma è al livello dei singoli stati che è ormai un pullulare di iniziative legislative, già approvate o in corso di approvazione, atte ad ostacolare la delocalizzazione: impedire ai call center situati all’estero di raggiungere gli abitanti dello stato, proibire a chiunque ottenga un contratto pubblico di far eseguire qualsiasi parte del lavoro fuori dagli USA e così via.
E nell’Unione Europea o in Italia ? Non risulta che nessuna iniziativa legislativa sia stata assunta per contrastare il fenomeno, che va visto anche da un altro punto di vista. Il fenomeno della delocalizzazione, iniziato qualche decennio fa con il lavoro manuale (magliette, scarpe, giocattoli ecc..) e proseguito con il lavoro intellettuale prima citato ha comportato il sorgere di una terza era dello schiavismo, dopo la servitù dell’età classica e lo schiavismo delle piantagioni europee nelle Americhe. In realtà le imprese americane ed, in minor misura, europee spostano, ed in futuro vorrebbero spostare, tutte o parte delle proprie produzioni in India, in Cina, in Thailandia, in Malaysia e così via, non solo perché il costo del lavoro è più basso, ma soprattutto perché il lavoro non è tutelato, il lavoratore è del tutto indifeso e privo di qualunque diritto (sindacali ed in taluni paesi anche civili e politici), i sindacati dei lavoratori sono inesistenti. Non è realistico sostenere, come fanno taluni imprenditori interessati e taluni intellettuali e giornalisti occidentali asserviti ai loro interessi, che anche in questi paesi prima o poi si svilupperà una coscienza, resistenza e forme di associazionismo delle classi lavoratrici come in Europa e negli Stati Uniti. Prima di tutto perché la storia non si ripete mai in maniera analoga, poi perché questi paesi hanno una struttura sociale, tradizioni storiche e religiose completamente diverse da quelle occidentali ed infine perché anche in occidente siamo in un momento storico di riflusso per quanto concerne i diritti dei lavoratori, alcuni dei quali sono posti in discussione con il paravento della modernizzazione.
E i sindacati americani, europei ed in particolare italiani che cosa dicono del fenomeno di cui trattasi? Che cosa propongono per evitare la nuova forma di schiavismo e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro all’anno? In Italia tranne qualche rara intervista sull’argomento di contenuto piuttosto generico di qualche leader sindacale, qualche intervento di condanna di qualche vescovo e di qualche associazione artigiana (in relazione ai casi della De Longhi e della Zoppas accaduti più di recente inerenti le delocalizzazioni della componentistica per elettrodomestici dal Triveneto all’Estremo Oriente) non risultano documenti o iniziative che affrontino di petto il fenomeno.
Occorrerebbe quanto meno ed in un primo momento che il Sindacato dei lavoratori, dopo una attentissima analisi del fenomeno della delocalizzazione verificatosi nella propria nazione, senza difendere in maniera becera privilegi e posizioni di rendita dei propri rappresentati a danno di altri lavoratori o degli utenti e consumatori, partecipi da protagonista, in sede di negoziato con le controparti, ad un progetto lungimirante, per un verso, di salvaguardia dei posti di lavoro e dei diritti di libertà e, per un altro, teso all’estensione di questi ultimi ai colleghi lavoratori dello stabilimento/ufficio posto all’estero, a nulla valendo le solite misure messe in atto dai soliti imprenditori in ordine ai giochetti di ingegneria finanziaria e finanza creativa per “sganciare” l’impresa estera da quella nazionale o multinazionale.
Non solo: occorre inoltre che il Sindacato - previa opera capillare di divulgazione, attraverso manifestazioni, dibattiti, convegni e quant’altro, presso i propri associati sulla gravità del fenomeno in questione (schiavismo e perdita di posti di lavoro)– eserciti ogni lecita pressione (comportandosi in questo da vera e propria lobby) sulle forze politiche, sui governi nazionali e su quelli supernazionali perché venga emanata una efficace legislazione, che, nel rispetto del principio della leale concorrenza, contrasti il fenomeno schiavistico e tuteli e difenda gli interessi dei lavoratori a qualunque nazione appartengano.