La privacy? Tutte c... ...ate!
Il lenzuolone Bersani e l’abolizione della tutela dei dati personali
Piccoli esempi personali di vita quotidiana che illustrano quanto sia realmente sentita la tutela dei dati personali da parte delle aziende. Ad ulteriore dimostrazione che dell’ennesimo decreto Bersani non ce n’era davvero bisogno.
di Loris D'Emilio
Alcuni mesi fa ho acquistato una nuova auto. Come un qualunque cittadino medio italiano ho pagato una parte (un terzo) in contanti ed una parte (due terzi) tramite finanziaria. Al momento di firmare il contratto e compilare i documenti ho fornito i miei dati anagrafici, mediante regolare documento d’identità, ed i miei dati bancari per il rid. Dopo qualche giorno mi telefona il proprietario del concessionario auto, “abbiamo un problema, non riusciamo ad attivare la sua finanziaria perchè l’utenza telefonica risulta sconosciuta”. Avevo deciso a suo tempo di rendere riservato il mio numero. Risata, “massì, tanto la privacy è tutta una cazzata!”. Rispondo indignato che non si tratta di “cazzate” bensì di diritti del cittadino, e come tali vanno rispettati e tutelati, e comunque non capivo dove fosse il problema avendo io fornito dati anagrafici e bancari. Non sono sufficienti, è la risposta, se l’utenza telefonica è privata devo fornire altra utenza “che attesti la veridicità della sua residenza”. Io potrei anche abitare in Papuasia e magari affittare ad altre persone il mio appartamento, mantenendo l’intestazione delle utenze, ma questo per il mio interlocutore poco conta. Fa più fede una bolletta di un gestore che la carta d’identità rilasciata da una pubblica amministrazione.
Qualche tempo prima mi era scaduta la carta di credito ed in concomitanza erano stati emessi nuovi bancomat. Recatomi in banca per le pratiche del caso, mi sono ritrovato una pila di scartoffie da firmare, tutte con doppia/tripla firma. Chiedo di cosa si tratti, cosa sto per firmare, “sa, è per la nuova legge sulla privacy”. Mi soffermo allora a leggere il contenuto dei documenti e decido, su un documento, di apporre DUE su TRE firme. Non do il consenso al trattamento dei miei dati verso terzi per fini commerciali, “ma se lei non ci autorizza noi non possiamo rilasciare le carte che ha chiesto”. Perché, di grazia? Cosa c’entrano bancomat e posta commerciale? Non sto a dilungarmi sui tentativi della signorina di convincermi del contrario, dico solo che alla fine è intervenuto un funzionario il quale, dietro neanche tanto velate minacce di denuncia da parte mia, con un tiratissimo sorriso ha autorizzato la consegna di carte e bancomat pur senza le terze firme.
Ancora prima, avevo deciso di lasciare un determinato gestore di telefonia fissa. Ho scritto dunque una lettera di disdetta che concludeva: “Ai sensi della legge sulla privacy ed alle clausole xyz del vostro stesso contratto richiedo la cancellazione dei miei dati in vostro possesso, etcetc”. Al nuovo gestore chiesi che la mia utenza non fosse pubblica. Dunque, il primo gestore, a termini di legge, non poteva (più) avere il mio numero telefonico, avendolo dovuto cancellare su mia richiesta e non essendo pubblico. Eppure, dopo pochi mesi, arrivò a casa una telefonata di questo gestore che voleva propormi un contratto. Leggermente alterato, per non dire proprio incazzato nero, feci presente alla (malcapitata) operatrice di turno che primo, ero un loro cliente scappato a gambe levate per i loro gravi disservizi e secondo, la mia utenza telefonica era riservata. Dunque, come poteva la signorina avere il mio numero di telefono? E’ facile ipotizzare la risposta: non avevano cancellato i miei dati. Chiesi quindi il nome della signorina, il nome del suo responsabile, il nome del responsabile commerciale, il nome del responsabile trattamento dati personali poiché era mia precisa intenzione sporgere denuncia alle autorità competenti. La risposta fu ... un sonoro “click” con cui la signorina ebbe premura di interrompere la comunicazione. Comunicazione che, peraltro, non è mai più avvenuta.
Sono tre banali esempi di vita quotidiana che possono capitare ad ognuno di noi: un acquisto tramite finanziaria, rapporti con la propria banca, utenze casalinghe. In tutti e tre i casi abbiamo a che fare con il “trattamento dei dati personali”. Nelle mie esperienze ho avuto a che fare con persone incompetenti, menefreghiste, quando non proprio truffaldine: la privacy, per loro, è un impiccio, lacciuoli che limitano il loro “sacro diritto” al libero mercato, a trattare i loro utenti non come “persone con diritti da tutelare” ma come “clienti cui spillare soldi in continuazione”.
Ora, a dar man forte alle aziende e al mercato, un nuovo pacchetto di liberalizzazioni del ministro Bersani nel quale sono previsti due punti: che tutte le imprese siano esonerate dal predisporre le misure minime di sicurezza a tutela dei dati personali; che siano eliminate le tutele per le persone giuridiche, gli enti e le associazioni.
Questo significa che se qualcuno utilizzasse a sproposito i dati sensibili personali, non si potrebbe imputare più la colpa a quella azienda che non li ha sufficientemente protetti, e, ancor più grave “si dà il via libera alla schedatura delle associazioni con l’effetto di limitare grandemente il diritto alla libertà di associazione, critica e libera manifestazione del pensiero, che sono il sale di ogni democrazia”.
E’ per questo che Stefano Rodotà, Fiorello Cortiana, Carlo Formenti e Arturo Di Corinto hanno lanciato un appello sul web (www.adunanzadigitale.org/privacy/) per sottoscrivere una petizione da presentare al Parlamento per fermare questo “accordo bipartisan” teso a svuotare di ogni rilevanza giuridica il Dlgs. n. 196/2003 “Codice in materia di protezione dei dati personali”
[www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=722132].
Appello che, naturalmente, io ho sottoscritto. Ed invito tutti a fare altrettanto. |