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2 novembre 2007

CONTROLLIAMO IL MOTO FORCAIOLO
Condanna piena per l’atto di inaudita efferatezza subito da Giovanna Reggiani e dolore per la sua tragica conclusione. L’onda dell’emozione, però, non deve indurci a cadere nella trappola delle strumentalizzazioni e delle facili generalizzazioni

Maria Protopapa

Nell’esprimere il più profondo cordoglio per la misera fine della sventurata Giovanna Reggiani, vogliamo, nel contempo, soffermarci su alcuni aspetti fondamentali della vicenda.
Il primo, quello che immediatamente balza agli occhi, è ovviamente la necessità di disciplinare con rigore l’afflusso di stranieri nel nostro Paese. Non c’è dubbio che l’argomento non possa lasciare spazio all’improvvisazione o ad interventi-tampone bensì necessiti, si ribadisce, di adeguata regolamentazione.
Ma questo si sapeva anche prima. Perchè, dunque, attendere l’ennesimo efferato fatto di cronaca?
E veniamo, in tal modo, ad una seconda riflessione: l’inadempienza dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Non solo in materia di criminalità, in realtà, il nostro Paese si trova spesso ad essere l’ultima ruota del carro nel recepimento della normativa comunitaria. Ad onor del vero, in alcuni campi, l’Italia anticipa l’UE e, spesso, lo fa con normative anche più rigorose; ma ciò non si è verificato in materia di immigrazione.
Ora che lo scandalo è sotto gli occhi di tutti si vorrebbe, in tutta fretta, correre ai ripari eppure l’amaro in bocca lasciato dal tragico evolversi della vicenda di Giovanna non merita un “meglio tardi che mai”.
Nè è corretto pensare agli stranieri esclusivamente sotto il profilo della loro eventuale espulsione dall’Italia. La necessità di una normativa e, soprattutto di adeguati controlli, riguarda anche la loro integrazione nel tessuto sociale ed economico del Paese. Non possiamo parlare degli stranieri solo in termini di delinquenza ma dobbiamo ricordare che troppo spesso anche noi italiani cadiamo nella rete del facile delinquere: quando assumiamo mano d’opera straniera in nero (è meno cara e più docile, se non altro perchè non conosce bene i diritti che il nostro sistema normativo – ed in particolare il diritto del lavoro - garantisce), quando sfruttiamo i lavoratori stranieri costringendoli ad operare in ambienti e in condizioni di lavoro ai limiti (quando dice bene) della legalità, quando acquistiamo merce dagli stranieri a basso costo (ci fa comodo risparmiare un po’ di euro senza chiederci se i prodotti acquistati sono magari frutto di riciclaggio), quando affittiamo loro dei veri tuguri in dispregio di ogni normativa vigente a tutela della salubrità degli ambienti abitativi e delle principali norme di sicurezza.
Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra.
E a proposito di peccati, che dire delle inadempienze - tutte italiane - relative alla garanzia della sicurezza? Non si tratta di potenziare le Forze dell’Ordine ma, magari, più semplicemente di illuminare adeguatamente un tratto di strada, come quello che dalla stazione di Tor di Quinto a Roma porta alla casa della signora Giovanna, così come più volte sollecitato dagli abitanti della zona.
E veniamo ad un ulteriore riflessione: la violenza sulle donne non è un crimine di esclusivo appannaggio dello straniero, anzi. E non è neppure una novità degli ultimi anni. Certo ultimamente si assiste ad una recrudescenza del fenomeno se, come è di dominio pubblico, è stato attivato un numero telefonico, il 1522, per denunciare violenze che quotidianamente si perpetrano ai danni delle donne tra le mura domestiche ad opera di mariti, compagni, fidanzati, parenti, amici.
Questo, probabilmente, è l’aspetto più inquietante: che ancora oggi, nel 2007, si debba parlare di violenza sulle donne e, guarda caso, della più antica e bassa delle violenze, quella sessuale.
Avevo appena sedici quando mi trovai a subire ben due tentativi di violenza sessuale, per mia fortuna, non giunti alle estreme conseguenze.
Riflettiamo: la sfida tra uomini – scusate, “tra maschi” – si concretizza con calci, pugni e via dicendo. Ma quando si deve attaccare una donna, la violenza è sempre prevalentemente sessuale.
Anche sul lavoro. Se una donna riesce a fare carriera, ad affermarsi nel suo campo, si dice che ha visitato vari letti per ottenere agevolazioni nella scalata sociale oppure – se proprio non è possibile sostenere questo – si afferma che “ha le palle”, che “ha un’intelligenza maschile”. Mai che abbia semplicemente un’intelligenza, una propria capacità di realizzazione!
Ma questi discorsi appartengono all’epoca in cui frequentavo il liceo; acqua sotto i ponti ne è passata da allora ed, ancora, mi ritrovo a parlare di stupro, di violenza sulle donne. Stento a crederci. Eppure è proprio questo l’aspetto più grave dell’intera vicenda che ha colpito in questi giorni l’animo di tutti: nel terzo millennio, ancora la violenza sulle donne, la più antica, la più elementare delle violenze, la più rude, quella che più appartiene agli istinti primordiali del “maschio”.
E dalla violenza alle donne si potrebbe allargare il discorso alla violenza – altrettanto attuale, purtroppo, e dilagante – verso tutte le fasce deboli della popolazione: portatori di handicap (ricordate il ragazzo diversamente abile di una scuola nel nostro Paese? Non erano stranieri gli aggressori!), studenti vittime del fenomeno del “bullismo”, anziani relegati nelle RSA (oggi, si chiamano elegantemente così, ma sempre di ospizi si tratta) perchè non più produttivi e, dunque, considerati ormai all’unanimità materiale di scarto da dimenticare nella nostra società. Dobbiamo continuare? Materiale per riflettere, mi sembra, ce ne sia abbastanza.