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Le chiamano “le morti bianche”, ovvero le morti sul lavoro

Vengono chiamate così in quanto non dipendono da cause criminali o politiche ma da ambienti di lavoro mal protetti, dove i lavoratori spesso prestano la loro opera in condizioni insicure, anche se alle volte sono imputabili alla causalità.
Il lavoro, che porta benessere e sviluppo socio economico, spesso si trasforma in causa di sofferenze sia per i lavoratori che per le loro famiglie, in uno Stato Repubblicano come l'Italia, proprio fondato sul lavoro.
Se consideriamo che l'Unione Europea ha emanato in materia precise norme sulla sicurezza negli ambienti di lavoro da rispettare a tutela dell'incolumità dei lavoratori, in Italia si continua a morire lavorando.
Le coscienze umane vengono scosse al sentire di simili notizie, ma quanti se ne ricordano poi? Sicuramente ricorderanno le notizie eclatanti come quella della Thyssen Krupp, stabilimento torinese dove morirono molti operai in un rogo; o forse qualcuno ricorderà la tragedia durante i lavori di ristrutturazione dello stadio Olimpico di Roma, in occasione dei Mondiali di calcio del 1990, dove morirono tredici persone.
Ma le morti spicciole, quelle che avvengono quasi tutti i giorni, dove la notizia è “toccata e fuga” chi se le ricorda?
Pensiamo a quanti operai muoiono nei cantieri edili o navali, nella costruzione di infrastrutture come ponti o autostrade e in tutti quei posti di lavoro a rischio, dove può essere la fatalità a colpire, ma quanti sono morti per inosservanza anche delle più elementari norme di sicurezza?
Senza contare che in più casi, dopo il danno viene anche la beffa, le imprese sfuggono con variegati modi alle proprie responsabilità, riuscendo magicamente a cambiare le carte in tavola nella realtà dei fatti.
Questo è il mondo del capitalismo, dell'alta tecnologia, dove per un esasperato raggiungimento del profitto si trascura la sicurezza di chi, con la sua opera, contribuisce ad arricchire le imprese per uno stipendio finalizzato al mantenimento della propria famiglia, lascia la sua vita di onesto lavoratore.
Se questa è la globalizzazione che avrebbe dovuto portare benessere nell'essere umano o quantomeno dargli la possibilità di una esistenza dignitosa garantita dal lavoro, ci si deve domandare a quale prezzo.
Si sta vivendo purtroppo in un era irresponsabile, finalizzata alla rincorsa del profitto dove imprese, aziende, piccoli o grandi imprenditori, sono quasi o del tutto indifferenti alle ripercussioni sociali che creano certi fatti.
Le istituzioni preposte hanno il dovere di concentrare tutte le loro “armi” possibili per arginare questo fenomeno in continua crescita, sguinzagliare gli ispettori del lavoro e quant'altro, a controllare i posti di lavoro, provvedere all'attuazione delle norme di sicurezza, fissare le regole facendole rispettare, infliggere, laddove si riscontrino irregolarità anche minime, sanzioni e denunce pesantissime nei confronti degli inadempienti ed inosservanti delle leggi che tutelano la sicurezza dei lavoratori.
Il posto di lavoro deve essere un luogo di vita e non può essere fabbrica di morte, di orfani e vedove, dando ai lavoratori valori umani e di dignità umana ai quali tutti hanno diritto.
Lavorare per vivere si, ma lavorare per morire no.
Concepiamo meglio il concetto di morti bianche, non giriamo intorno al discorso, anche perché a mio personale avviso chi fa lavorare coscientemente un essere umano in condizioni di pericolo che possono causargli la morte, arricchendosi senza scrupoli alle sue spalle e non dando valore all'altrui vita, è un criminale.

Silvano De Angeli

febbraio 2009