L’EGEMONIA DELLA LINGUA INGLESE
Avv. Agostino Cassarà
Occorre salvaguardare il patrimonio culturale europeo, pena la perdita della identità nazionale degli stati piccoli e grandi del vecchio continente e con essa la perdita di ogni autentica indipendenza dal mondo anglosassone.
Un articolo giornalistico imperniato sulla critica per l’uso inappropriato della lingua inglese e per la passività con la quale termini e frasi idiomatiche di quella lingua vengono recepite nelle lingue del vecchio continente rischia di essere retrogrado, conservatore e, quanto meno, controcorrente rispetto alla deriva linguistica imperante.
Proverò comunque ad esporre fatti, ragionamenti e considerazioni in proposito.
Cominciamo con l’Italia: il fastidio per il “massacro” che succede tutti i giorni della nostra lingua da un decennio a questa parte, ogni anno che passa sempre in misura più aggressiva ed accentuata, è sempre più forte e dovrebbe comportare una qualche reazione da parte, innanzitutto, dei cittadini ed, in secondo luogo, delle istituzioni culturali e politiche. Nel nostro paese, purtroppo, dette reazioni non ci sono sinora state, anzi...
Basta accendere la televisione o percorrere una via delle nostre città per essere investiti da tutta una serie di termini, frasi od interi testi che l’enorme maggioranza dei cittadini non capisce: messaggi e spot pubblicitari in inglese scritto e parlato, in cui spesso non viene neppure recepito dai più quale prodotto venga pubblicizzato (a proposito la pubblicità ingannevole non ha nulla a che vedere con questo vezzo?), canzoni dai più canticchiate balbettando o “impapocchiate”, insegne di negozi, che, se dotate di vetrine con esposti i prodotti in vendita, si riesce ad intuire il settore merceologico, altrimenti si rimane incerti e dubbiosi.
E che dire poi delle denominazioni - tutte rigorosamente “americaneggianti”, a volte veramente divertenti o grottesche - di società recentemente costituite, dalle quali il cittadino/utente/cliente non può più arguire l’oggetto sociale, come fino a qualche anno fa era agevole intuire. Ed i “nomi” degli uffici all’interno delle aziende? Altrettanto rigorosamente in inglese/americano con conseguente mistero su quale sia il campo di attività. Ed i nomi delle varie figure e ruoli all’interno degli uffici? Tutti rigorosamente, e come puoi sbagliarti, in inglese/americano con conseguente mistero sul reale ruolo ricoperto (la parola più usata è manager, ma ben pochi sono i direttori).
Per non parlare poi delle circolari aziendali, infarcite come sono di termini inglesi e di quell’inglese tecnico e da iniziati che neppure i londinesi capiscono.
Ma non era stata promulgata qualche anno fa una legge che proibiva l’uso del “burocratese” in tutti gli atti amministrativi per rendere intelligibile ai comuni mortali i provvedimenti e quant’altro?
Così si è passato dal “burocratese”, dal “politichese”, dal “sindacalese”, dal “circolarese” all’ “italiese” (miscuglio di pessimo italiano ed altrettanto pessimo inglese) o all’ “inglesota” (miscuglio di pessimo inglese e di idiota, pardon, di italiota).
E non è che l’Italia nel passato non fosse stata contagiata dal morbo dell’esterofilia. Era stata contagiata eccome! Basti ricordare i numerosi francesismi entrati nella nostra lingua nell’ottocento ed agli inizi del ventesimo secolo; ma non era stata una invasione, né era stato tentato una sorta di vassallaggio culturale. Al riguardo anzi si ritiene che solo oggi sia stato ottenuto un asservimento culturale al mondo anglofono. Ormai solamente le riviste scientifiche anglosassoni possono decidere ciò che è degno di essere pubblicato e ciò che non lo è, stabilendo quindi ciò che è scienza da ciò che non lo è. I grandi film o le grandi canzoni, per accedere ad un mercato globale, debbono essere in inglese o comunque debbono far parte dei circuiti anglosassoni, rispettandone riti e metodi.
La situazione italiana rispecchia, comunque in peggio per via della nostra naturale propensione all’esterofilia, quella di tutte le altre nazioni europee, Germania in testa, tranne che della Spagna e specialmente della Francia. Quest’ultima infatti sin dal 1972 ha istituito una Commissione ministeriale di terminologia e neologismi che indica i termini francesi che conviene usare per evitare l’uso di parole straniere. Nel 1975 la legge Bas-Lauriol ha reso l’uso del francese obbligatorio in diversi comparti: nel mondo del lavoro, nel commercio, nelle comunicazioni audiovisive.
Conseguentemente la radio e la televisione sono obbligate a trasmettere delle quote minime di film e canzoni francesi. A seguito dell’introduzione nell’art. 2 della Costituzione della frase che “La lingua della Repubblica è il francese”, un decreto del 1996 ha istituito in seno all’Academie francaise il Consiglio superiore della lingua francese, che individua le parole da usare al posto dei termini inglesi e li pubblica sulla Gazzetta Ufficiale. Conseguentemente il computer si chiama ordinateur, il software logiciel e così via.
In pratica si è inteso tutelare in maniera completa e piena un patrimonio culturale, che comunque ha anche una valenza economica, poiché ne va della sopravvivenza dell’industria cinematografica, musicale, del mondo della pubblicità e della intermediazione commerciale.
Lo spagnolo, invece, grazie al boom economico della Spagna del post-franchismo, al fatto che è la lingua di ben 22 paesi dell’ America meridionale e centrale e soprattutto grazie alla presenza di moltissimi immigrati dell’America Latina negli Stati Uniti è diventata la seconda lingua più parlata in occidente, più del francese. Detta situazione, coniugata di fatto con una intelligente politica culturale dei governi spagnoli, ha consentito di far nascere un nuovissimo dizionario non di spagnolo, ma di “panispanico”, che ingloba usi gergali del continente latinoamericano. Non solo, gli spagnoli, dato che la loro lingua, come l’italiano, si pronuncia come si scrive, hanno “ispanizzato” i termini inglesi: così, ad esempio, foot ball è diventato futbol. In pratica gli spagnoli hanno adattato alle regole fonetiche e morfologiche della loro lingua termini stranieri.
Anche l’italiano, già sottoposto da qualche decennio ad un’aggressione dal basso in virtù di una rivalutazione dei dialetti, taluno dei quali ha certamente la dignità di lingua, se vuole sopravvivere, dovrebbe comportarsi come lo spagnolo. La forza culturale di sopravvivenza di una lingua non è misurabile con la sua capacità di opposizione all’introduzione di nuovi vocaboli, che, anzi, arricchiscono il lessico di un popolo, ma con la capacità di adattare i nuovi termini alle proprie regole fonetiche e morfologiche. Cosicché in italiano il plurale di film non sarà films e non potrà avere albergo il genitivo sassone e altre facezie del genere.
Non si può non ricordare che usando una lingua, si adotta un modo di pensare e di sentire di una civiltà. Chi usa una lingua è costretto ad adottare i concetti, le categorie ed addirittura le emozioni del popolo che ha per così dire “inventato” quella lingua. Introducendo una lingua straniera in un altro popolo non solo si introducono surrettiziamente usi, costumi e mentalità del popolo straniero, ma si spegne pian piano nel popolo soggiogato la capacità di esprimere quanto di più proprio. |