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ARISTOCRAZIA MANAGERIALE: L’ANCIEN REGIME RISORGE DALLE SUE CENERI.

Avv.Agostino Cassarà

E’ nata una nuova aristocrazia formata dai grandi dirigenti d’impresa, da finanzieri e dai quadri superiori dell’industria e dei servizi che va pian piano assumendo i tratti caratteristici dell’aristocrazia prima della rivoluzione francese: la disuguaglianza elevata a mito e l’ereditarietà dei ruoli.

Condivido pienamente il contenuto di un saggio di un ex primo ministro francese recentemente pubblicato con il titolo “il mondo come io lo vedo”. In buona sostanza detto autore tenta di analizzare la società contemporanea, francese in particolare (sostanzialmente identica nelle sue articolazioni alle altre società europee occidentali), denunciando la nascita di un nuovo gruppo dominante che ha già assunte le tipiche connotazioni degli aristocratici dell’ancien regime: predica “il carattere fecondo della disuguaglianza” e facendosi scudo del verbo della competizione mondiale e della necessità di raggiungere l’equilibrio economico, scarica alle altre categorie sociali i sacrifici, ridimensiona lo stato sociale, riduce la massa salariale, fa leva sulla paura della delocalizzazione, dello spostamento all’estero della produzione di beni e servizi, ma non rinuncia alla più piccola parte dei profitti, né alle indennità di licenziamento faraoniche, che esclusivamente gli appartenenti alla novella aristocrazia si riconoscono. In estrema sintesi i componenti di questo nuovo ceto, formato da grandi dirigenti d’impresa, da finanzieri (e non banchieri: razza ormai in via d’estinzione) e dai quadri superiori dell’industria e dei servizi, hanno una visione “americana” della società e dell’economia contemporanea, gestiscono le aziende in maniera solo contabile, al fine esclusivo di ottenere lauti profitti e plusvalenze per gli azionisti, non rischiano capitali propri, si danno stipendi da star del cinema e liquidazioni astronomiche in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, circostanza quest’ultima frequente, data l’estrema volatilità dei rapporti di lavoro con riferimento alla loro durata, tanto da far somigliare i protagonisti in esame a capitani di ventura al soldo della “proprietà” che li paga di più, con buona pace della fedeltà aziendale e della cultura di impresa.
I componenti del ceto in parola che, nella maggior parte dei casi, per quanto riguarda la Francia sono usciti dalle grandi scuole come l’Ena e il Politecnico e per quanto concerne l’Italia dalla Bocconi o dalla Luiss, ma la stessa cosa può ripetersi per tutti i paesi, hanno in comune taluni parametri: essere figli o nipoti di grandi tecnocrati pubblici o top manager privati, l’aver conseguito un master in prestigiose università USA o britanniche, l’aver lavorato qualche anno in una banca d’affari, in una società di consulenza o di revisione contabile o di rating, ovviamente di matrice americana.
Alla lucida analisi sopra descritta non si può non aggiungere che il gruppo dominante in questione, oltre ad avere una visione “americana” della società e dell’economia, è intriso di cultura “americana” che prevede: il perseguimento del profitto ad ogni costo, il raggiungimento di ambiziosi e, spesso, fantastici budget, partoriti da innumerevoli riunioni tra top manager e fedeli collaboratori, il lancio di astrusi prodotti (qualche volta sono vecchissimi prodotti, in qualche caso già falliti, rispolverati e ripresentati con una diversa confezione), rigorosamente strutturati e zeppi di terminologie tecniche, altrettanto rigorosamente in inglese-americano, che nessuno capisce, dipendenti e soprattutto clienti, tranne che gli autori di cui sopra, che si compiacciono e si congratulano tra di loro per i “risultati” ottenuti (si tenga presente che per costoro le previsioni dei profitti futuri ottenibili dal prodotto sono un risultato). A quanto prima si aggiunga: forme di assolutismo dei Vertici aziendali, che mal sopportano e, in qualche caso, non tollerano la presenza e l’azione dei Sindacati dei lavoratori in genere, compreso quello dei dirigenti e delle alte professionalità, sulla base dell’assioma che quegli uomini che criticano o si oppongono a decisioni aziendali, magari palesemente sbagliate o quanto meno rischiose, sono contrari all’interesse aziendale, portano alla rovina l’impresa e favoriscono i concorrenti.
Corollario e ciliegina sulla torta della descritta cultura, tipica di una certa mentalità puritana, è che molte grandi imprese europee, nell’intento di coniugare profitto e responsabilità sociale, hanno deciso di dotarsi di codici etici e di aderire alla Carta dei Valori d’impresa, recependo principi universalmente condivisi quali, per citarne solo alcuni, il rispetto e la tutela dell’ambiente, la centralità della persona, la correttezza e la trasparenza dei sistemi di gestione e così di seguito.
Si ha la fondata sensazione però che la ricerca spasmodica di alti profitti e di risultati a breve e brevissimo tempo siano incompatibili con la cosiddetta responsabilità sociale delle imprese e con l’adesione alla Carta dei Valori di cui sopra. Delocalizzazioni, trimestrali, semestrali, road show, piani industriali con romboanti obiettivi da raggiungere - naturalmente riducendo innanzi tutto il costo del personale, tranne le retribuzioni dei top manager, che hanno ingaggi da calciatori o da grandi star del cinema – sono assolutamente in rotta di collisione con bilanci sociali (che possono servire al massimo a nascondere modeste performance aziendali) e codici etici, contenenti una lunga serie di banalità o la ripetizione di quanto già previsto da leggi (civili e penali) e regolamenti emanate da authority, destinati a fare da specchietto per le allodole o, nella migliore delle ipotesi, ad essere considerati una bella trovata pubblicitaria.